f.punzi | Comments Off | Salvatore Carrubba: Quando tutti si dicevano liberali, ora non più
lunedì, marzo 10, 2008
da Il Sole 24 Ore
La parabola del mercato ridotto a mercatismo, ossia della condizione dell'assetto capitalista mortificata a patologia della dimensione globalizzata, riassume bene l'opacità di contenuti dalla quale prende ufficialmente le mosse la campagna elettorale.
L'eterogeneità delle liste finalmente chiuse è solo la conseguenza dello sforzo di definire più che un profilo di proposte una galleria di profili: di facce, di persone, di tipi umani, di categorie professionali. La logica di acchiappare voti ha prevalso sulla capacità di fabbricare idee, premiando fedeltà che (certamente) non daranno problemi e notorietà che (probabilmente) non avranno soddisfazione.
Del resto, quali idee? Fatta eccezione per le frange estreme degli schieramenti, dalle visioni radicali ma esplicite (e naturalmente inaccettabili per chi si professi democratico liberale), i due grandi partiti non sembrano davvero caratterizzati da proposte drammaticamente conflittuali: frutto anche, certamente, della semplificazione interna, che consente una maggiore coerenza ideale. Potrebbe trattarsi di un buon segno. E in parte lo è perché il confronto politico generalmente ha perso il carattere ansiogeno degli ultimi quindici anni, anche se la giornata di ieri ha riattizzato polemiche sui programmi degli avversari.
Certamente, in questa piattaforma comune non si può dire prevalga un forte orientamento liberale. Il che, da un lato, può non stupire, se si considera la condizione di perdurante minorità dei liberali nella politica italiana (in parte dovuta anche a molte loro debolezze); ma dall'altro colpisce se solo si considera l'entusiasmo da neofiti con cui tutti (esclusi forse Bertinotti e Storace) fino a pochi anni fa correvano a dirsi liberali.
Cosa è successo in un così breve lasso di tempo per far sì che la rivoluzione liberista del Berlusconi del 1994 abbia lasciato il posto alla seria ipotesi di proporre dazi e invocare difese dell'italianità? E che la svolta modernizzatrice di Veltroni abbia finito con l'imboccare la via di un dirigismo dolce? Del resto, basta guardare alle liste: della vecchia, e già sparuta, presenza liberale, in entrambi gli schieramenti resta ben poco. E allora un'altra domanda è d'obbligo: ma oggi servono i liberali?
Le dodici proposte avanzate dall'Istituto Bruno Leoni nel rapporto "Liberare l'Italia" (e anticipate giovedì scorso su queste colonne) riassumono bene il carattere rivoluzionario che oggi assumerebbe un'offerta politica basata sulla fiducia nella competizione, nel merito e nella responsabilità individuale. Basterebbe, per esempio, attuare la proposta einaudiana dell'abolizione del valore legale del titolo di studio per fare cadere d'incanto tutte le incrostazioni corporative che rendono la scuola e l'università italiane tra le peggiori d'Europa (pur con tutte le doverose, lodevoli eccezioni).
Si dirà che anche nel resto del mondo il pendolo ha oscillato: le tentazioni stataliste sono più forti, come dimostrano in Francia le difese dei campioni nazionali e in Gran Bretagna i salvataggi dei rottami nazionali. È vero: ma è altrettanto indiscutibile che, quando in Italia liberali si dichiaravano tutti e nel mondo le riforme di mercato si facevano, il nostro Paese sia rimasto fermo, bloccato dai veti e dalle corporazioni, a partire da quelle sindacali.
Non abbiamo tagliato la spesa e non abbiamo perciò potuto tagliare le tasse. Non abbiamo introdotto il merito nell'impiego pubblico e la concorrenza nei servizi pubblici, e non abbiamo perciò potuto alleggerire l'apparato burocratico. Non abbiamo reso più equo ed efficiente il welfare. Non abbiamo intaccato sostanzialmente la manomorta pubblica e le rendite di posizione private. Abbiamo depresso l'innovazione e la ricerca. Abbiamo penalizzato la condizione dei cittadini e (peggio ancora) mortificato le prospettive dei giovani, deformandone le aspettative fino a convincerli che la raccomandazione conti più del merito, l'appartenenza più delle capacità, e corrompendone le percezioni fino al pregiudizio che il lavoro sia solo il "posto" e che l'impresa sia anche prevaricazione.
Così, dalla fase in cui (quasi) tutti si proclamavano liberali senza esserlo siamo passati a quella in cui (quasi) tutti fanno gli statalisti senza dirlo. E la trasformazione si maschera dietro ambiguità e prudenze di linguaggio e di proposta che velano una nuva indifferenza verso l'obiettivo di allargare l'area di autonomia, di libertà e di responsabilità nel rapporto tra cittadino e Stato. Del resto, la contraddittorietà, talvolta davvero clamorosa e indice di un imbarazzo bipartisan, presente nei due partiti maggiori sui temi eticamente sensibili dimostra lo sforzo comune di derubricare i temi più controversi pur di non dover prendere una posizione netta, quale che essa sia.
Insomma, ci attende una campagna civile quanto ai comportamenti, ma incolore quanto ai contenuti: una prospettiva che impone ora, a media ed elettori, di raddoppiare gli sforzi per intravedere che Italia ci promettono.
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