Pietro Paganini: Basta concorsi, via il valore legale del titolo
(pubblicato su Libero, sabato 22 marzo 2008)
Nonostante la formazione sia un fattore fondamentale per l’innovazione e la crescita economica, essa non trova spazio nei programmi elettorali, se non per mezzo della solita retorica delle promesse vaghe. In proposito merita molta attenzione l’editoriale a firma di Roberto Perotti e Guido Tabellini, apparso sul Sole 24 Ore della scorsa domenica, “Università e inflazione di riforme”. L’articolo introduce un’idea fondamentale per rilanciare le sorti della formazione universitaria e del futuro economico del paese. Tale proposta comporterebbe delle trasformazioni importanti non solo a livello giuridico-legislativo ma anche socio-culturale. Tuttavia per avere successo la tesi Perotti-Tabellini non può prescindere da due riforme fondamentali che a mio parere sono urgenti e darebbero finalmente al paese quello shock necessario per uscire da una fase decennale di apatia.
Perotti e Tabellini hanno un merito: denunciano e dimostrano come le riforme universitarie che sono state abbozzate e quasi mai realizzate negli ultimi venti anni dai vari Governi, non abbiano avuto alcun effetto positivo. Al contrario, non hanno fatto che aggravare la situazione, aggiungendo ulteriore confusione alla burocrazia asfissiante che opprime il sistema universitario italiano. I programmi elettorali per le prossime elezioni non sono di buon auspicio. I due autori confermano infatti che all’università urge una riforma radicale che colpisca il sistema universitario alla fondamenta, così profondamente da causare una trasformazione sociale e culturale del modo di interpretare, gestire e vivere il mondo accademico.
I due commentatori promuovono l’idea che le Università non possono più reggersi sui finanziamenti statali, pochi e mal gestiti, ma devono imparare a camminare sulle proprie gambe, mirando all’eccellenza. Ma la qualità ha un costo. Questo significa naturalmente, aumentare, e non di poco, le rette. E’ una proposta che avrebbe delle conseguenze straordinarie, soprattutto a livello culturale e di comportamento individuale e sociale. Infatti per la prima volta, le famiglie italiane dovrebbero cominciare a pensare anche in termini finanziari alla formazione dei propri figli, risparmiando, e cercando di accedere – e qui il nuovo ruolo delle banche e delle fondazioni – a programmi e politiche di prestito e finanziamento. Il risultato di tale “sacrificio” è quello di avere giovani altamente preparati e in grado di competere con i colleghi di altri paesi. Con progressiva rapidità gli atenei cominceranno a competere tra di loro puntando a strutture, docenti, ricerca, e naturalmente, studenti, di qualità. Le università non cercheranno soltanto gli studenti che si possono permettere le rette elevate, ma quelli migliori. La competitività universitaria porterà nuova linfa a tanti altri settori dell’economia, a cominciare dal sistema bancario, di credito e assicurativo che potrà mettere sul mercato nuovi prodotti ad hoc per studenti sempre più meritevoli, alla ricerca delle risorse per accedere alle migliori università. Credo sia superfluo spiegare anche gli ulteriori benefici che un tale sistema porterebbe al mercato, ai consumi, e alla qualità del lavoro.
Quella proposta sul Sole non è un’idea rivoluzionaria. Quanto da loro descritto succede già nelle regioni che hanno le migliori università, gli indici di innovazione più elevati (paesi scandinavi e USA), la crescita più costante e l’economia più flessibile. Non succede però in Italia. Eppure dovrebbe essere naturale introdurre tale riforma in un paese che ha bisogno di uscire da una profonda crisi e che tra gli slogan elettorali “promuove” il rinnovamento. Basterebbe una classe politica consapevole e una leadership meno timorosa delle reazioni dei sindacati, come sempre impauriti dinnanzi al cambiamento.
In realtà, e qui la mia proposta per dare vita al disegno di Perotti e Tabellini, occorrerebbe osservare la questione da una prospettiva diversa. Per far si che lo Stato smetta di sprecare danaro dando piena autonomia alle università occorre un cambiamento ancor più radicale, occorre riformare cioè due elementi fondamentali, eliminare una volta per tutte il valore legale del titolo di studio e cancellare per sempre i concorsi pubblici.
La prima proposta non è assolutamente originale, risale anzi ad Einaudi (1947/1955), eppure nonostante iniziative legislative (l’ultima nel 2007 a firma del Sen. Quagliariello) e consensi di ogni genere, non è mai stata realizzata. Cancellando il valore legale del titolo si cancellerebbe finalmente il controllo dello Stato sui programmi e le attività universitarie e l’idea per cui lo Stato dovrebbe controllare la formazione. E’ assurdo pensare che in un mondo fortemente diversificato e competitivo (anche se non è proprio il caso dell’Italia) la didattica sia ancora soggetta alle direttive ministeriali. In altre parole, che siano gli “esperti” del ministero, in stile sovietico, a stabilire le discipline di ogni corso. Questo avviene, dicono, per garantire equità e qualità. Nulla di più falso e ipocrita. Devono essere le università a decidere corsi, programmi, docenti, ricercatori. Accademie con corsi inutili e docenti pessimi resteranno vuote. Le università serie e competitive si impegneranno costantemente ad elaborare i corsi più adatti alle esigenze del mercato e della società, ad offrire le strutture migliori e più efficienti. A questo si può e si deve aggiungere il principio della libera scelta, per cui ognuno deve poter scegliere che formazione vuole o vuole offrire.
Allo stesso modo, un sistema che vuole reggersi sulla competizione non può ammettere il metodo dei concorsi per le assunzioni del personale docente e ricercatore. Il concorso, qualsiasi sia la modalità con cui viene svolto (commissione nazionale, ecc.), non solo ha fallito “l’obiettivo sociale” dell’equità, ma si è dimostrato ipocrita e suscettibile all’irregolarità. E’ bene una volta per tutte, eliminare i concorsi e lasciare alle università la discrezione di assumere chi vogliono, come peraltro già fanno per i docenti a contratto. I titoli (di Professore, associato, assistente, ricercatore, ecc.) possono essere assegnati per selezione interna da parte delle singole università che valutano il lavoro realizzato, come succede con successo negli USA. Solo il full time professor è assunto a tempo indeterminato ( tenure ), tutti gli altri ruoli sono a tempo determinato, soggetti a costante valutazione. Se le Università assumono e promuovono docenti pessimi, perché amici o raccomandati, saranno delle pessime università, dove nessuno vorrà andare, saranno poco competitive e fuori mercato.
La proposta di Perotti e Tabellini è indubbiamente rivoluzionaria, almeno per l’Italia, e merita attenzione. Essa tuttavia non può prescindere da una radicale riforma del sistema universitario che finalmente elimini il valore legale del titolo e i concorsi. E’ inutile oltre che dannoso, come dicono i due sul Sole, proporre pile di riforme confuse, contraddittorie e ipocrite. Basta poco per dare opportunità ai giovani e maggiori certezze al paese, ma apparentemente per questa campagna elettorale e i suoi attori è persino troppo.
*Pietro Paganini - E’ fondatore di Competere e Professore aggiunto alla John Cabot University




































