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Alberto Mingardi: Mercato? No, l'oro alla patria

alitalia-airfrance.jpgda Il Riformista

Un progetto imprenditoriale, o l'oro alla patria? L'appello di Berlusconi agli imprenditori italiani (Marina e Piersilvio inclusi) è in intima contraddizione con la storia dell'uomo. Che è quella di un imprenditore abituato a saltare gli steccati in omaggio al motivo del profitto. Stavolta no: e infatti l'appello berlusconiano è trasversale, rivolto a una platea potenzialmente ampia quanto gli associati di Confindustria, e svincolato da qualsiasi logica aziendale. Ecco perché non lo smentiscono né la freddezza di Passera né il silenzio di Toto. Berlusconi si è già proiettato su di una dimensione che è altra rispetto alla gara Air One/Air France: l'assassino del primato della politica fa di tutto per diluire il più possibile la natura "economica" della decisione su Alitalia.

Se è vero, come ha scritto ieri Franco Debenedetti, che la vicenda Malpensa per la destra può essere una Vicenza al quadrato, coalizzando aziende e sindacati, è altrettanto vero che quello del leader del PdL non è stato un "ghe pensi mì", sfrontato finché si vuole ma da lombardo "uomo del fare". Al contrario, impuntandosi ("ormai sono impegnato io, si fa"), Berlusconi ha parlato rigorosamente da presidente del consiglio in pectore. Non da Cavaliere bianco a undici centesimi ad azione. Agli imprenditori italiani non ha chiesto un piano industriale, un'idea di investimento. Semmai, ha sgombrato il campo da equivoci: stiamo discutendo di Alitalia, non di affari.

E cavalcando il non troppo immaginifico slogan "Rialzati, Alitalia", il candidato premier del PdL ha chiesto agli imprenditori non un investimento: ma un sacrificio. Non siamo alle fedi nuziali rastrellate dal Duce in risposta all'"odioso assedio economico della perfida Albione", ma a una domanda equivalente, girata a quel pezzo di società italiana che si immagina classe dirigente. Mettevi assieme, anche se gli aerei finora li avete solo presi da passeggeri, per impedire lo scempio della nostra "compagnia di bandiera".

Siccome la campagna è simbolica, i fatti stanno a zero. Che l'offerta di Air France, per deludente che sia, valga comunque dieci volte quella di Air One (che cioè l'opzione bancario-italiana sia peggiore per il contribuente), non conta nulla. Persino la strategia politica passa in secondo piano: di norma, i governi in arrivo ringraziano silenziosamente (maledicendoli a parole) quelli in uscita che pure tolgono qualche castagna dal fuoco. Qui, invece, il new comer avoca prepotentemente a sé la gestione del campo di battaglia: come se un'ideale agenda di governo del 15 aprile non fosse già sufficientemente piena. L'operazione politica non è inedita: da un certo punto di vista, questa campagna è il capolavoro di Berlusconi, che riesce a realizzare la saldatura di nordismo leghista e nazionalismo alitaliano. Il guaio sta nelle due tesi che Berlusconi paradossalmente avvalora.

In primo luogo, il Cavaliere di fatto dà ragione a Padoa Schioppa, che in lungo e in largo ha spiegato che alternative ad Air France non ce ne sono. Se agli imprenditori italiani si chiede di autotassarsi per salvare la compagnia di bandiera, vuol dire che nessuno di loro ha sviluppato un autonomo interesse di business per la stessa. Put your money where your mouth is: e chi l'ha fatto?

In seconda battuta, da questa polemica esce rafforzata l'italianità prima ancora che di Alitalia, del centro-destra. Le possibilità sono due: una soluzione (senz'altro, non esaltante) che lascia Alitalia al suo destino, ma crea le potenzialità per rendere ancora più dinamico il trasporto aereo in Italia, investendo sulla concorrenza senza più il fiato sul collo di un incumbent pubblico. Oppure la collezione di una cordata raccogliticcia, che siccome non ha il benché minimo interesse a comprare, chiederà ed otterrà una contropartita con regole di favore e altri giochetti da amici degli amici.

Su un quotidiano elettronico di centro-destra, L'Occidentale, un commentatore avveduto si è appellato a Monsieur Spinetta perché "ci eviti per una volta la solita sceneggiata pagata dai contribuenti: un gruppo di imprenditori italiani con pochi soldi e tante relazioni si compra (con le risorse delle solite banche) Alitalia". Appello sensato, ma il PdL sceglie compatto l'altra strada: fra una privatizzazione pessima, che si sarebbe potuto far meglio, ed una peggiore, destinata a far crescere e non diminuire i conflitti d'interesse e i costi per gli italiani, vota la seconda.

Avremmo dovuto imparare che il "fazismo" raramente produce benefici. Quando si privatizza, è meglio vendere a un investitore competente che ad uno col passaporto giusto. Questo è vero quando i capitalisti italiani si mettono in gioco sua sponte, figurarsi quando vengono presi per la collottola dalla politica. Tutto questo in un mondo nel quale la stragrande maggioranza dei consumatori guarda con assai più gratitudine le compagnie low cost, che li fanno viaggiare in tutt'Europa a pochi euro, che il nostro costoso vettore pubblico. E' come se il PdL non se ne fosse accorto. A furia di sentirsi dire che il liberismo è di sinistra, se ne sono convinti.

Posted on martedì, marzo 25, 2008 by Registered Commenterf.punzi in | Comments Off

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