f.punzi | Comments Off | Enzo Reale: Zapatero verso la conferma
mercoledì, marzo 5, 2008
A quattro giorni dal voto il premier in carica, José Luís Rodriguez Zapatero, viaggia senza troppi problemi verso una riconferma annunciata. I due dibattiti televisivi che lo hanno visto opposto al candidato dei popolari, Mariano Rajoy, si sono rivelati assai poco determinanti nell'ottica del risultato elettorale di domenica: regole ferree, tempi contingentati, argomenti preparati a tavolino, qualche scaramuccia ma nessun affondo degno di questo nome, hanno lasciato sostanzialmente le cose come stavano, limitandosi ad evidenziare - questo sì - il basso livello di confronto della politica spagnola.
Se Rajoy era stato più brillante nel primo faccia a faccia di una settimana fa, lunedì scorso il presidente del governo ha fatto leva su tutto il suo armamentario retorico per mettere sul tavolo una serie di proposte, dall'economia all'istruzione, a cui il suo interlocutore non ha saputo replicare con altrettanta convinzione. Nel turbinio di dati e di promesse spicca quella della creazione di due milioni di nuovi posti di lavoro: per molto meno, da noi, qualcuno fu crocifisso sulla pubblica piazza. L'economia è stata il piatto forte della campagna elettorale e la gara era a chi si dimostrava più vicino alle preoccupazioni dei cittadini: non è un'esagerazione affermare che per buona parte del dibattito Zapatero e Rajoy si sono confrontati sui prezzi delle uova e delle patate. In generale il rallentamento della crescita, dovuto soprattutto alla crisi del settore immobiliare, rappresenta in questo momento il principale grattacapo per il leader socialista, la cui tendenza a minimizzare si è rivelata una vera e propria strategia elettorale. Difficile in ogni caso per i popolari spodestare il principe rosso facendo leva sui problemi dell'economia, uno dei pochi settori in cui l'interventismo statale è stato relativamente contenuto negli ultimi quattro anni.
I veri punti deboli di Zapatero, quelli su cui l'opposizione avrebbe dovuto impostare l'intera campagna, erano il negoziato fallito con ETA e la politica estera, due esempi di massimalismo ideologico con pochi precedenti nella storia dell'Europa occidentale. Qui Rajoy ha dato il meglio di sé facendo luce su tutte le contraddizioni e le manipolazioni dei socialisti in materia di nazionalismo e "conflitto basco" senza cadere nella provocazione quando Zapatero l'ha accusato di non appoggiare il governo nella lotta anti-terrorista: "Avremmo appoggiato una politica anti-terrorista se l'avessimo vista", ha in sostanza replicato lo sfidante. Purtroppo l'affondo è rimasto incompiuto, un po' per il timore di andare a toccare i nervi scoperti della gestione da parte dell'esecutivo Aznar del tragico 11 marzo di quattro anni fa, un po' per l'incapacità di rivendicare coerentemente le proprie scelte politiche: Zapatero ha insistito ancora una volta sul coinvolgimento della Spagna nella guerra in Iraq (usando esattamente gli stessi argomenti del 2003) per mettere in difficoltà un Rajoy impreparato a difendere quella decisione e le sue conseguenze.
Zapatero non vincerà le elezioni per non aver perso i dibattiti. Le vincerà perché la Spagna resta ideologicamente di sinistra e ha vissuto negli ultimi anni dentro una confortante sensazione da fine della storia in un solo paese; le vincerà perché non ha trovato né nella stampa, né nell'opinione pubblica, né in Parlamento un'opposizione in grado di smascherarne l'assoluta inconsistenza di proposte e di principi. E' significativo che l'unico vero timore dei socialisti sia l'astensione: contrariamente a quanto avviene in Italia e altrove, la mobilitazione dell'elettorato spagnolo non è cosa di sinistra. Proprio perché detentore di una patente di legittimità e di democraticità honoris causa e sicuro della sua superiorità numerica e morale, il progressista iberico tende all'indolenza al momento di ratificare con il voto questa prevalenza. Furono la commozione per gli attentati di Atocha e l'indignazione ben orchestrata dal PSOE a produrre nel 2003 il record di affluenza alle urne e a portare Zapatero alla Moncloa. L'unica speranza dei popolari è che i socialisti si dimentichino che per governare in democrazia bisogna passare cinque minuti dal seggio.
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