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    giovedì
    06mar

    Andrea Romano: Rimontare o governare?

    da La Stampa

    Il Partito democratico è forza di governo o cartello elettorale? Qualche riflessione sulle liste e sui candidati.
     
    Chi sarà il prossimo ministro dell’Economia nel caso di una vittoria di Walter Veltroni? La domanda non sembri prematura. Sappiamo bene che anche in Italia gran parte dell’azione di governo ricade ormai sulle spalle del dicastero economico. E già oggi sarebbe utile conoscere le scelte di chi domani si troverà a fronteggiare una congiuntura tutt’altro che facile. A destra Berlusconi ha appena confermato che quella responsabilità sarebbe nuovamente affidata a Giulio Tremonti. Nel bene e nel male, l’elettore italiano sa già cosa aspettarsi da lui.

    Al contrario, niente è dato sapere sul profilo di colui al quale Veltroni pensa di cedere il timone quotidiano dell’economia. È un’incertezza che non nasce dal caso e che va ben al di là del ministero di Via XX Settembre. Perché il Partito democratico non sembra avere ancora sciolto un dilemma di fondo sulla propria identità, quello tra l’essere una forza di governo e l’essere un cartello elettorale impegnato soprattutto nell’impresa di risalire la china dei consensi. Impresa difficile, nella quale Veltroni sta concentrandosi con dedizione assoluta. Tanto da lasciare sul terreno della rimonta una certa dose di chiarezza sulla qualità del personale politico a cui sarebbe affidato il governo del Paese dopo una sua eventuale vittoria.

    Scorrendo la lista dei candidati democratici, l’elettore si trova davanti una serie di nomi di forte impatto visivo ma di difficile valutazione per quanto riguarda la prospettiva di governo. Al di là delle facili (e legittime) ironie sulla diffusa presenza di uomini e donne di stretta fiducia dei diversi capi del centrosinistra, quando non addirittura di mogli e figlie di vario notabilato, il criterio veltroniano sembra essere quello di rappresentare l’universo prepolitico della società italiana in tutte le sue componenti.


    Più che il metodo Cencelli è prevalsa l’ambizione di includere ogni diversa affiliazione professionale e culturale dentro un contenitore a basso contenuto di esperienza ma ad alto potenziale di consenso. Di qui la presenza ai primissimi posti del sindacalista e dell’imprenditore, dell’operaio e del precario, del regista e del giornalista, dell’omosessuale e del bacchettone, dello studioso e dello studente. Nello sforzo di sedurre ogni lontano segmento della comunità nazionale dentro un abbraccio corporativo a cui soltanto il leader è in grado di garantire una precisa fisionomia politica. Di qui anche l’investitura pubblica con cui Veltroni ha lanciato l’unica competenza economica di cui si è fatto personalmente tutore. Quella dell’ormai celebre e bistrattata Marianna Madia, che il leader ha voluto presentare come «giovane economista», nel mentre venivano lasciate nell’incertezza della competizione elettorale figure di tecnici meno fascinosi ma di provata esperienza e qualità (come Nicola Rossi tra i senior o Stefano Fassina tra i più giovani).

    È il modello di un partito plebiscitario che risponde alla crisi della politica italiana saltando la mediazione e affidandosi mani e piedi all’infinita sapienza del capo, mentre definisce la propria rappresentanza parlamentare attraverso la seduzione di piccole e grandi identità di settore. È qualcosa di radicalmente diverso dal rinnovamento della politica che Veltroni aveva annunciato al Paese, quel rinnovamento che nelle democrazie normali passa attraverso la vitalità di partiti capaci di produrre classi dirigenti sempre nuove nel dialogo con la società. Ma è pur vero che di normale l’Italia ha ben poco e che anche in questo caso dovremo accontentarci dell’ennesima eccezione nazionale.

    Così come è indiscutibile l’abilità del leader democratico nel presentare il proprio prodotto anche in questa versione geneticamente modificata. D’altra parte ieri aveva annunciato che il Pd si sarebbe coraggiosamente presentato da solo mentre oggi riesce a lasciare sullo sfondo l’alleanza stipulata con Antonio Di Pietro e con i Radicali. Tutto sta a vedere se lo sforzo di riuscire nella «più grande rimonta elettorale della storia» non andrà a scapito della sua capacità di governare il Paese.


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