f.punzi | Comments Off | Merito e competizione, motori della crescita sociale
martedì, maggio 20, 2008
di Chiara Battistoni
Silvio Berlusconi, nel discorso tenuto alla Camera dei Deputati, ha ricordato che "gli italiani hanno preso la parola, hanno messo a tacere con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l'Italia e non crede nel suo futuro". Il pessimismo di cui ha parlato è ben altro dal sano realismo che deve abitare i pensieri e le azioni di chi governa; un conto è la resa incondizionata al declino (il pessimismo del cuore), un conto è la capacità di prendere atto della situazione per trovare nelle difficoltà e nella crisi la forza e la volontà di reagire (il pessimismo della ragione). Per reagire, tuttavia, ci vogliono audacia (il coraggio temprato dalla razionalità), entusiasmo, capacità di vedere oltre, di immaginare, talvolta persino di sognare e di abitare i propri sogni. E' una miscellanea di attitudini e competenze che dovrebbero trasformarsi nel vissuto comune, perché il Paese possa davvero cambiare. A monte di questo ragionamento c'è l'esigenza, imprescindibile, di essere cittadini consapevoli, capaci di valutare le situazioni, capaci di scegliere, soprattutto in grado di assumersi le responsabilità delle proprie scelte. Non c'è cambiamento senza crisi, così come non c'è via di uscita dalla crisi senza l'audacia di chi guida, il coraggio di chi sceglie.
I dati pubblicati ad aprile dall'Ocse (Factbook 2008, www.oecd.org) ancora una volta ci consegnano un ritratto impietoso. Oltre alle prestazioni scadenti di produttività e Pil, siamo anche il Paese con la percentuale più bassa di laureati, l'unico tra gli Ocse a permettere l'ingresso a immigrati che hanno il medesimo profilo formativo dei nostri cittadini (logica vorrebbe che si facesse esattamente il contrario, consentendo l'ingresso a chi è in grado di ricoprire ruoli e ambiti in cui mancano competenze autoctone, così come fanno tutti gli altri paesi civili). Ci sono però dati ancor più allarmanti, perché dalla capacità di invertire la tendenza in atto dipenderà per buona parte il nostro futuro: si tratta degli investimenti in "knowledge" (la conoscenza, intesa e calcolata come somma delle spese in ricerca e sviluppo, educazione, software); mentre l'Italia è ferma al 2,4% del Pil, la Spagna è al 2,7%, la Germania al 3,9, la Finlandia addirittura al 5,9, surclassata però dalla Svezia con il 6,4 e dagli Stati Uniti con il 6,5. Dietro di noi ci sono Grecia, Portogallo e a sorpresa l'Irlanda. Nel frattempo, dall'altra parte del mondo, escono dalle università cinesi circa mezzo milione di ingegneri ogni anno, perfettamente bilingui (inglese), con competenze raffinate tanto quanto quelle dell'Occidente.
Il mondo globalizzato corre, anche perché oltre la metà della popolazione del mondo ha fame e fa di tutto per migliorare il proprio tenore di vita. Non va meglio se analizziamo gli investimenti in Ict (Information and communication Technology); anche in questo caso abitiamo le retrovie della classifica Ocse. Male, molto male perché da questo settore passa, spesso in sordina, la rivoluzione più profonda dopo quella industriale, che non solo riporta l'Uomo al centro dei processi produttivi ma ne amplifica le capacità di relazione e interazione. E' la "socialization" dell'It, un fenomeno sotto stretta osservazione (protagonista, tra l'altro, del Symposium It di Gartner, conclusosi a Barcellona proprio ieri) che porta al centro dei processi e della tecnologia l'Uomo con la sua capacità di costruire comunità. Una rivoluzione silente, destinata a far sentire tutta la forza quando i quindicenni di oggi, nati con l'era digitale, entreranno nel mondo del lavoro e della politica.
L'innovazione tecnologica si concretizzerà allora in innovazione culturale, sociale e politica, tutti fenomeni che al centro dovrebbero avere un individuo libero, responsabile, capace di misurarsi (competere, da cum–petere, lavorare insieme in modo agonistico). Senza confronto, infatti, non c'è competizione e senza competizione non c'è innovazione collaborativa, non c'è crescita: per uscire dal guado in cui ci siamo impantanati ci vogliono occhi nuovi che sappiamo leggere negli scenari macroeconomici che si vanno delineando opportunità di cambiamenti radicali.
Per questo, qualunque riforma, sia della Pubblica Amministrazione che del privato, capace di andare nel senso della responsabilità e della competizione (di conseguenza del merito), diventa un catalizzatore di innovazione e di cambiamento. La scelta di introdurre criteri meritocratici in un Paese che ha seppellito il merito (ammesso sia mai stato nel Dna dell'intero Paese) va nella direzione dell'audacia auspicata, non fa che ribadire la centralità dell'Uomo libero e responsabile, incentivando un lento (ma inesorabile) mutamento di prospettiva: non più tutti uguali a prescindere dai risultati raggiunti, ma tutti uguali al nastro di partenza, cioè tutti liberi di fruire delle medesime condizioni di base per dare spazio e forza ai propri talenti, ognuno per ciò che può. Sarà una sfida durissima per tutti, per chi sarà in prima linea ad applicare la riforma, per chi se ne sentirà vittima. Superarla significherà poter contare su un Paese davvero più libero, capace di offrire a tutti molte più opportunità di crescita; significherà poter contare su uno Stato più snello, di conseguenza più semplice, più trasparente, meno onoeroso; significherà avere una nuova generazione di cittadini che sapranno essere cittadini del mondo, pronti ad afferrare le opportunità della globalizzazione piuttosto che cercare l'abbraccio protettivo, ma asfissiante, di mamma Stato. Trasformare questo sogno in una realtà sta a ciascuno di noi; in caso di fallimento, il prezzo da pagare è noto: è il declino, inesorabile, verso un lento e doloroso sottosviluppo, i cui segnali purtroppo sono da tempo sotto gli occhi di tutti.
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