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Stefania Dellerio: Oltre la congiuntura, le zavorre italiane
Nella più recente edizione del World Economic Outlook, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l'Italia. Secondo l'istituzione di Washington, il PIL del nostro paese crescerà soltanto dello 0,3 per cento durante il 2008: si parla quindi di un'economia sostanzialmente immobile. Analoghe previsioni sono formulate per il 2009.
Evidentemente, non è tutta colpa nostra. La congiuntura mondiale è negativa; ancora per qualche trimestre dovrà scontare gli effetti delle turbolenze finanziarie originate in America. Tuttavia, non si può fare a meno di notare che altri paesi europei reagiscono meglio alle difficoltà generali: ad esempio la Spagna, che quest'anno crescerà dell'1,8 per cento, o la Germania con il suo 1,4. È opportuno, di fronte a questi dati, fare il punto su quali fattori rallentano lo sviluppo dell'economia italiana, e su quali misure correttive si potrebbero approntare.
Il consenso tra gli economisti è che siamo vittima di un circolo vizioso. Il punto di partenza è il capitale umano, ovvero la dotazione di conoscenze e competenze dei lavoratori. Dai confronti internazionali emerge che in Italia questo capitale è basso: sono limitate le conoscenze tecnologiche, deboli i sistemi di formazione professionale, scarsa la confidenza con i moderni strumenti organizzativi e gestionali, ancora troppo lento e inefficiente il percorso di istruzione universitaria.
Quando il capitale umano scarseggia, la produttività cresce lentamente; a sua volta, questo induce limitati incrementi delle retribuzioni e dei profitti. In conseguenza di questo i lavoratori più qualificati, sottopagati e spesso costretti in funzioni con contenuti professionali inadeguati, si allontanano dal sistema economico. Alcuni decidono di andare all'estero, altri semplicemente impegnano le proprie energie creative fuori dall'ambito lavorativo. La fuga degli elementi migliori abbassa ulteriormente il livello medio del capitale umano; l'investimento in studio risulta sempre meno conveniente dal punto di vista economico; si ritorna al punto di partenza, con prospettive di crescita deteriorate.
Per invertire questa tendenza è necessario agire al più presto su tre fronti. In primo luogo, si deve porre fine alla larghissima prevalenza della contrattazione collettiva su quella individuale. Di fatto, oggi le retribuzioni dipendono solo in minima parte dall'effettiva prestazione; il resto è determinato da parametri che identificano categorie di lavoratori, come il settore d'impiego, il titolo di studio, l'anzianità di servizio. Questo sistema vincola le imprese a stabilire salari che riflettono la qualità media dell'intera categoria; troppo bassi per trattenere le risorse più valide, e in compenso assai premianti per quelle meno produttive.
In seconda istanza, è opportuno proseguire nello spirito degli interventi avviati dal secondo governo Berlusconi nell'ambito della formazione professionale, rinsaldando la presenza delle imprese nell'istruzione superiore. Si deve superare la diffidenza verso le scuole sponsorizzate e gestite, in parte o in tutto, dalle aziende. L'Italia potrà sopravvivere nella competizione internazionale solo giocando la carta dell'alta tecnologia; in questo quadro non servono solo ottimi ingegneri, ma anche tecnici formati fin dagli anni di scuola all'operatività con macchinari e con software sofisticati. Dati i costi, un simile percorso di istruzione si può conseguire solo coinvolgendo i futuri datori di lavoro.
Infine, è urgente insistere su una liberalizzazione rapida e completa di tutti i settori dell'economia, rifuggendo dalle tentazioni protezioniste che di questi tempi sembrano rinascere in molti paesi. La concorrenza, sia sul mercato del lavoro sia su quello dei prodotti, è lo stimolo migliore a ricercare innovazioni, riduzione dei costi, modelli organizzativi efficienti. In questo senso, la normativa comunitaria è d'aiuto: due recenti direttive, rispettivamente incentrate sulle imprese di servizi e sulla commercializzazione degli strumenti finanziari, introducono saldi presidi a tutela della competizione. È importante che anche le autorità nazionali si attivino al più presto, incidendo sugli aspetti particolari non ricompresi nel quadro legislativo europeo. Un esempio su tutti: l'abbattimento delle barriere alla nascita di nuove imprese, da realizzarsi tramite uno snellimento dei procedimenti amministrativi e una politica fiscale incentivante.
































































