
L'ascesa della Cina e la reazione occidentale
Rassegna a cura di Hripsimé Pagliarini
Foreign Affairs (dicembre 2007)
L'ascesa cinese ed il futuro dell'occidente
di John Ikenberry
The Cato Institute (17 settembre 2007)
La libertà economica produce prosperità
di James A. Dorn
"Governo piccolo, grande mercato" è la parola chiave di Hong Kong, che intende la libertà economica come la migliore via per raggiungere uno sviluppo sostenibile visto come possibilità di ampliamento del campo di scelte delle persone. Nello scorso rapporto sulla libertà economica mondiale (EFW) la città è apparsa, come oramai da dieci anni, al primo posto. Questa classifica testimonia il desiderio degli abitanti della regione appartenente alla Repubblica popolare cinese di aderire ad un sistema basato su mercato aperto, tasse basse, minima regolamentazione governativa rispetto delle leggi.
Diventata "regione amministrativa speciale" nel 1997, Hong Kong ha continuato a prosperare proteggendo i diritti di proprietà e limitando i compiti del governo. A suo merito, la terraferma ha onorato la promessa di non intervenire sul libero mercato interno della piccola penisola della costa meridionale cinese. Un successo che certamente ha influenzato la Cina a liberalizzare anche il suo.
Nel 1950 il maggior livello di povertà mondiale era concentrato in Asia, ora invece si trova in Africa. Questa inversione è dovuta in larga parte alla carenza di libertà economica che attanaglia moltissime nazioni africane, mentre il continente asiatico si è aperto al mondo esterno ed ha guadagnato sia in termini di commercio che di investimento. Per tutte queste ragioni quindi l'EFW risulta un po' fuorviante, posizionando la Cina all'86mo posto quando, ad esempio, le regioni costiere, dove il settore non statale è dominante, sarebbero collocate ben più in alto rispetto alla griglia ufficiale. In più, non si tiene conto degli importanti mutamenti legali apportati fin dal 2005, specialmente il nuovo statuto sulla proprietà, che protegge meglio i diritti della proprietà privata e rafforza le società.
Nonostante tutte queste muraglie legali, la corruzione resta endemica. Se la libera economia vuole veramente avanzare nel Paese, allora bisogna che l'informazione diventi libera e che un sistema giudiziario indipendente protegga i diritti civili. Questi provvedimenti non necessitano per forza di una democrazia, ma di un libero mercato sì. La democrazia africana porta spesso a governi illimitati e ad una mancanza di libertà economica e libertà personale. Hong Kong ci insegna che governi limitati insieme ad una economia libera sono una ricetta che guida alla prosperità, sia sociale che umana. L'interrogativo piuttosto è il seguente: chi sceglierà i leader e come faranno questi a governare senza il consenso della popolazione? E la ricetta occidentale per superare questo cambiamento storico?
Una interessante visione in merito ci viene fornita da John Ikenberry, teorico in relazioni internazionali e politica estera statunitense. L'ascesa della Cina è temuta da molti come l'inizio di un consequenziale sovvertimento dell'odierno ordine occidentale. Questo corso non è, secondo lo studioso, inevitabile. La transizione di potere tra Stati Uniti e Cina potrebbe essere molto differente da quelle passate perché la Cina si sta affacciando su di un ordine internazionale assolutamente differente da quello su cui si sono dovuti muovere i suoi predecessori. Infatti, il "nemico" da affrontare non sono solo gli Usa, ma l'intero sistema occidentale, aperto, integrato, dettato da regole pienamente accettate e con un ampio e profondo fondamento politico. La rivoluzione nucleare, nel frattempo, ha reso alquanto improbabile uno scontro fra le grandi potenze, eliminando il maggiore strumento utilizzato dagli stati emergenti per capovolgere i sistemi internazionali.
Fu esplicita intenzione dei suoi creatori, nel 1940, di integrare ed espandere quest'ordine. Prima che la Guerra Fredda dividesse il mondo in due blocchi, Frank Roosvelt cercò di creare un sistema mondiale amministrato dalla cooperazione delle grandi potenze che dovevano avere il compito di restaurare l'Europa devastata dalla guerra, integrare gli stati sconfitti, stabilire meccanismi di sicurezza cooperativa e di crescita economica. Fu infatti Roosvelt, in opposizione a Churchill, ad insistere perché la Cina venisse inclusa come membro permanente nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il futuro ambasciatore australiano negli Stati Uniti così scrisse sul proprio diario dopo il primo meeting con Roosvelt durante la guerra: "Ha detto di aver avuto numerose discussioni con Churchill in merito alla Cina e che sente che Winston è indietro di 40 anni sullo stato attuale di quel paese, che lui vede come un grande pericolo. Lui vorrebbe mantenere l'amicizia con i cinesi perché sente che fra 40 o 50 anni quella nazione potrebbe diventare facilmente una vera e propria forza militare".
Tre in sostanza sono le caratteristiche che rendono vincente il modello coniato da Roosvelt. Per prima cosa, a dispetto dei sistemi imperialisti del passato, l'ordine occidentale è costruito su norme e regole non discriminatorie e di apertura del mercato che pongono le premesse per una crescita economica e politica degli stati emergenti all'interno del sistema stesso. Le barriere alla partecipazione economica sono basse a dispetto dei grandi benefici e la Cina stessa sta scoprendo i massicci ritorni economici che sono possibili operando in questo sistema di mercato aperto.
In secondo luogo, gli ordini passati tendevano ad essere dominati da uno stato singolo. Gli azionisti dell'odierno ordinamento invece fanno parte di una coalizione di potere allineata intorno all'America. La distinzione è importante. Questi stati dirigenti non sempre sono d'accordo, ma partecipano comunque ad un continuo processo di "dare e prendere" sul piano economico, politico e della sicurezza. Normalmente le transizioni di potere si giocano fra due contendenti, lo stato emergente e quello in caduta, e la struttura crolla appena la bilancia del potere si sposta. Nella situazione odierna, l'ampia aggregazione degli stati capitalisti democratici sta spostando l'ago della bilancia in proprio favore.
Infine, l'attuale ordinamento si appoggia su di un denso ed onnicomprensivo sistema di regole ed istituzioni. Nonostante i suoi difetti, è più aperto e regolamentato di qualsiasi precedente organizzazione. Queste regolamentazioni non sono solo delle pure norme dettate sulla carta delle Nazioni Unite. Esse fanno parte della logica profonda che opera all'interno di questo sistema e rappresentano regole multilaterali ed istituzioni relazionate globalmente e regionalmente, economicamente e politicamente, ed hanno tracciato le basi per tessere cooperazioni precedentemente inimmaginabili.
Se la Cina intende sfidare l'ordine esistente, avrà un compito molto più arduo di quello di confrontarsi con i soli Usa. La dominazione degli Stati Uniti è destinata certamente a terminere e allora ci si potrebbe chiedere: "Quale tipo di sistema vorrebbero avere gli Stati Uniti se dovessero diventare più deboli?". Questo potrebbe essere chiamato il quesito neo-rawlsiano. Il filosofo e politicologo John Rawls sosteneva che le istituzioni politiche dovrebbero essere concepite dietro una sorta di "velo d'ignoranza", ovvero che gli artefici del sistema dovrebbero creare norme e regole come se non potessero indovinare in quale contesto socioeconomico si troveranno poi ad operare. Il risultato sarebbe un ordinamento che salvaguarda gli interessi della persona indipendentemente dalla sua ricchezza o povertà, debolezza o forza. Gli Usa devono adeguare questo principio alla loro leadership odierna, proprio per evitare che i continui spostamenti tipici di un'economia di mercato libera rischino di far crollare questo sistema che, nonostante tutti i suoi limiti e difetti, al momento risulta il migliore fra quelli possibili.
Il Brasile di Lula diventa creditore
Rassegna a cura di Hripsimé Pagliarini
Le Monde (27 febbraio 2008)
Dopo due secoli d'indebitamento, il Brasile diventa creditore
di Jean-Pierre Langellier
France Info (26 febbraio 2008)
Il Brasile diventa creditore
Le Monde (11 marzo 2008)
Il presidente Lula visita tre favelas di Rio che intende strappare alle gangs
Vent'anni fa il Brasile era il Paese in via di sviluppo col poco onorevole record di nazione più indebitata al mondo. Ricordo del passato, essendo dal gennaio 2008 divenuto addirittura paese creditore. La banca centrale ha infatti registrato 4 miliardi di dollari in più rispetto all'intero debito pubblico esterno, 187 miliardi contro 183. É la degna conclusione di una lunga epoca durata circa due secoli, nella quale il paese ha portato questo fardello, fonte d'instabilità cronica sia economica che politica. Il governo presieduto da Luiz Inacio Lula da Silva ha quindi tutti i motivi per essere soddisfatto di quest'inversione di tendenza, che tiene soprattutto conto di una ferrea disciplina finanziaria che ha saputo dare fiducia agli investitori stranieri. Con rigore e coerenza, il Brasile si è applicato a controllare le spese pubbliche e a livellare il debito. Nel 2005 è addirittura riuscito a cancellare il debito verso il Fondo monetario internazionale (FMI) prima del termine. Una vendetta ancora più dolce, se si considera uno dei motti cardine del Partito dei Lavoratori, creato nel 1980 da Lula, che così recitava: «Via il debito!».
Grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, le esportazioni sono triplicate dalla discesa in campo di Lula nel 2003, a causa di una forte domanda di prodotti di cui il paese è ricco, in primis soja, carne bovina e ferro. Questo afflusso di capitale è stato accompagnato da un aumento degli investimenti stranieri e da acquisizioni brasiliane all'estero. Il dollaro non vale più di 1,711 real, la moneta locale, cosa che rende convenienti le importazioni di cui la nazione ha bisogno per sviluppare le infrastrutture.
L'ex sindacalista Lula ha pensato bene a come utilizzare questi soldi. É il primo presidente che si sia addentrato nelle favelas e che abbia progettato un piano d'attacco molto ambizioso: il programma di accelerazione della crescita (PAC), un disegno di sviluppo delle infrastrutture, rinnovamento urbano e azione sociale lanciato nel gennaio 2007. Le prime tre comunità scelte riceveranno 430 milioni di euro, di cui tre quarti concessi dallo stato federale e migliaia di posti di lavoro sono annunciati.
Alcuni di questi progetti sono spettacolari, come la teleferica che verrà costruita ne "O Complexo do Alemao", che permetterà agli abitanti di spostarsi velocemente e in sicurezza tra le bidonville, o l'elegante passerella progettata dal celebre architetto Oscar Niemeyer grazie alla quale gli abitanti di Rochina potranno varcare l'autostrada a piedi. Infine, l'inflazione contenuta intorno al 4% e la crescita del PIL fino al 5,25% nel 2007, sono segni incoraggianti per la messa a punto del futuro traguardo agognato: ottenere il noto «investment grade», titolo che viene riconosciuto a quei paesi che garantiscono rischi molto bassi agli investitori esteri. Una sola nota dolente sembra oscurare la meta: il debito pubblico interno, che ad oggi resta molto preoccupante, con ben 800 miliardi di dollari, il 43% del prodotto interno lordo. Su questo punto il governo deve e può impegnarsi maggiormente.
Perché il Kenya è essenziale per il futuro dell'Africa
Rassegna a cura di Hripsimé Pagliarini
The Christian Science Monitor (7 marzo 2008)
Perché il Kenya è essenziale per il futuro dell'Africa
di Francis Kornegay
Le crisi post-elettorale che ha colpito il Kenya sta oramai esaurendosi, ma prima che il mondo sposti l'interesse verso un altro paese, bisognerebbe riflettere sull'accaduto. Il conflitto mitigato da Kofi Annan non è infatti che una variante di una disfunzione politica ben più grande che attanaglia l'Africa e che effettivamente rappresenta un ostacolo allo sviluppo del continente. La grande sfida che attende questa terra per il conseguimento di una possibile stabilità sta nello sfidare la sua predisposizione ad incappare in dittature autoritarie se non addirittura in monarchie assolute.
Se la linea politica occidentale intende avere qualche effetto sull'Africa, l'occidente deve investire su di un consolidamento dell'integrazione regionale. L'egemonia africana è spesso rafforzata da linee dure volute da cricche strettamente fondate su basi etniche, regionali o di clan il cui approccio al potere può essere visto come "tutto o niente". Le forme di potere decentralizzato che i paesi occidentali vedono associate alla democrazia sono in genere o assenti o insufficientemente sviluppate per compensare il dominio sfrenato dell'esecutivo nonostante la farsa elettorale.
Il Kenya dovrà seriamente ridisegnare la sua costituzione per sbarazzarsi dell'insana concentrazione di potere tenuta da regimi cleptocratici ed elitari. Un segnale positivo in questa direzione sarebbe quello di emendare il sistema presidenziale al fine di includere un primo ministro con poteri esecutivi legato all'opposizione. Un altro serio problema è rappresentato dalla forte opposizione all'appello per il federalismo, una richiesta che riflette la marginalizzazione delle regioni non rappresentate dalla base politica e che risuona in tutto il continente.
I leader della comunità africana orientale sono attualmente impegnati nello sforzo di trasformare le cinque nazioni (Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi e Ruanda) in una federazione politica entro il 2015. Sebbene le altre nazioni si dimostrino abbastanza timorose di fronte a dei possibili "Stati Uniti d'Africa", un leggero interesse è stato dato a questa iniziativa economico-federale. Per questo tutti gli occhi sono puntati sul Kenya, dove il processo federale è fra le risoluzioni all'ordine del giorno. Lo stato è il perno economico dell'Africa orientale, molte nazioni dipendono dal porto di Mombasa. Con un tasso demografico in forte aumento, l'attuale cartina politica dell'intero continente è impreparata ad una tale espansione all'interno dei confini ereditati dai colonialisti. Per questo l'integrazione regionale rappresenta l'unica speranza di pace, sicurezza e stabilità e, se l'occidente vuole veramente dare una mano, dovrebbe cominciare a riflettere sull'ipotesi di creare centri dedicati a studi su questo settore, finora inesistenti. Il futuro dell'Africa dipende in gran parte dalla capacità di ridurre questa carenza il prima possibile.
Protezionismo: Perché dazi e quote non funzionano
Rassegna a cura di Hripsimé Pagliarini
Pajamas Media (29 febbraio 2008)
Perché dazi e quote non funzionano
di Tim Worstall
Il commercio cinese con l'Europa sta per essere rivoluzionato dalla rinascita della vecchia via della seta, questa volta in versione ferroviaria. Un percorso sperimentale dal Pacifico al Baltico è appena stato completato, portando un carico dalla Cina all'Europa in soli 15 giorni, meno della metà di ciò che richiederebbe la stessa operazione con le navi porta-container.
Da questo caso possiamo ricavare un messaggio sottinteso: l'aumento del commercio internazionale non dipende esclusivamente dagli accordi governativi, dall'aumento o abbassamento delle quote.
Se la gente acquista dai propri concittadini o dagli stranieri, ciò dipende dalla differenza del prezzo totale del loro agire e non unicamente dalle barriere imposte dai governi. Ancora, se si guarda la storia del commercio, si noterà che sono stati gli sviluppi nel trasporto ad aver influenzato maggiormente il costo totale piuttosto che le scelte dei governi. In sostanza, possiamo notare che ogni incremento nel commercio storicamente è stato causato da una riduzione nei costi di trasporto. Che fosse l'impero mongolo con la via della seta o l'invenzione europea delle caravelle per attraversare gli oceani o le barche a vapore, ogni innovazione si è tradotta in un tipo di trasporto più veloce e meno costoso.
Associato a questo sviluppo si è concretizzato anche un aumento della ricchezza nelle tre parti coinvolte: i venditori, gli acquirenti e i trasportatori. Internet è l'ultimo esempio di "trasporto". L'aumento di ricchezza scaturito negli ultimi anni grazie alla delocalizzazione sta lentamente raggiungendo i servizi, per il beneficio di tutti.
Tuttavia un'anomalia c'è stata nella storia del commercio: il periodo tra gli ultimi anni '20 e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. In questo lasso di tempo non ci furono alcune trasformazioni tecnologiche nel trasporto. La variazione nel costo del commercio quindi fu quasi esclusivamente determinata dai governi. I prezzi furono aumentati nei paesi industrializzati, il commercio precipitò ed effettivamente nel corso degli anni '30 non ci fu una grande crescita economica.
Certamente le imposte non furono l'unica causa di questo crollo, ma di sicuro resero una situazione già preoccupante ancora peggiore. Questo cedimento fu generato da due motivi, entrambi determinati da una certa ignoranza economica da parte della classe dirigente.
Il primo motivo fu che persone come Smooth e Hawley (che diedero il loro nome alla famosa legge protezionistica promulgata nel 1930 negli Usa) avevano ancora una concezione mercantilistica. Pensavano che le esportazioni rendessero un paese ricco e le importazioni povero. Mentre, dacché David Ricardo nel 1817 pubblicò la sua teoria dei vantaggi comparati (la cui principale argomentazione è che il conseguimento di un guadagno all'apertura di un commercio con l'estero è sempre assicurato, indipendentemente dalla competitività nazionale), sappiamo che le importazioni sono ciò che desideriamo e ciò che ci rende più ricchi.
Il secondo punto è che ci si era lasciati ingannare dalla situazione degli ultimi anni del XIX secolo. Infatti, è tutt'ora un luogo comune che le nazioni industrializzate, eccetto la Gran Bretagna, divennero industrializzate e ricche al riparo delle leggi protezionistiche. In efetti, la grande crescita di quegli anni si ebbe insieme ad un innalzamento delle tariffe. Questo argomento è ancora adesso usato: si ottiene maggior ricchezza alzando le imposte, quindi dobbiamo alzare le imposte per arricchirci. Ma questa teoria non tiene conto del concetto di cui sopra: il commercio dipende dal suo costo totale e non solo dale tariffe. E nel XIX secolo era in atto una rivoluzione tecnologica. Da qui la perspicace deduzione di Ronald Findlay e Kevin O'Rourke dal libro "Potere e abbondanza: commercio, guerra ed economia mondiale nel secondo millennio": «A conti fatti, accadde che le nuove tecnologie nel campo dei trasporti ridussero talmente i costi che il loro effetto si riversò sull'aumento dei costi dettati dal protezionismo europeo ed americano».
C'è una versione più semplificata per spiegare questo argomento. Gli ostacoli al commercio sono sia quelli imposti dai governi, tariffe, quote e così via, che quelle imposte dallo stato della tecnologia in quel periodo. Al momento ci sentiamo dire che l'aumento di prezzi e quote ci farà diventare più ricchi. Non contiamoci troppo.
Nuova vita per il Nucleare
Rassegna a cura di Hripsimé Pagliarini
The Economist (6 settembre 2007)
La nuova era dell'energia nucleare
BusinessWeek (8 gennaio 2008)
Nuova vita per il nucleare in Europa
Che l'energia nucleare sia un tema sempre più di attualità lo si può evincere facilmente sfogliando la stampa. L'Economist ha dedicato all'argomento almeno tre articoli in un arco di tempo abbastanza limitato (settembre-gennaio) e sulla stessa scia anche il Businessweek.
E' oramai una realtà assodata che anche i paesi che dopo Chernobil erano divenuti strenui oppositori del nucleare ultimamente si stanno ravvedendo. Oltre alla Gran Bretagna, che il 10 gennaio ha dato il nulla osta alla costruzione di ben nove centrali, la corsa ai reattori vede la Finlandia, la Bulgaria, l'Ucraina, gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, l'India, la Corea del Sud ed il Sud Africa. In Australia, che è ricca di uranio ma non possiede reattori, il primo ministro John Howard non ha dubbi: l'energia nucleare è "inevitabile".
Con la bassa emissione di diossido di carbonio e la sua minore esposizione all'aumento dei prezzi rispetto a petrolio e gas, l'energia nucleare risponde a molte delle esigenze dei paesi europei che devono seguire i rigorosi parametri dell'Unione in tema di riduzione dell'effetto serra e di una minor dipendenza dal Medio Oriente e dalla Russia per quanto riguarda l'importazione di petrolio e gas.
All'unisono con la consulente PricewaterhouseCoopers, le aziende europee ritengono il nucleare la tecnologia migliore per ridurre l'emissione di gas causa dell'effetto serra entro il 2017. Al momento, più del 30% delle compagnie stanno seriamente considerando di investire in questa forza per adempiere all'impegno dell'Emission Trading, che vincola i paesi europei firmatari del protocollo di Kyoto a ridurre, per il periodo 2008-20012, il totale delle emissione di gas ad effetto serra almeno dell'8% rispetto ai livelli del 1990.
L'energia nucleare offre una grande quantità di elettricità, che risulta più pulita del carbone, più sicura del gas e più affidabile dell'energia eolica. Se poi le macchine passeranno dalla benzina all'elettricità, la domanda crescerà ulteriormente.
Anche alcuni guru dell'ambiente quali James Lovelock, Stewart Brand e Patrick Moore, dapprima nemici convinti del nucleare, stanno ora abbracciandone la causa. Lo stesso accade nell'opinione pubblica, come dimostra un'attuale indagine britannica che segnala un 30% della popolazione contraria al nucleare, quando appena tre anni fa il numero era esattamente il doppio.
Ma quali sono i rischi maggiori e le possibili soluzioni? L'uranio, componente essenziale per la costruzione di queste centrali, rappresenta certamente una preoccupazione, giacché il suo prezzo è quadruplicato dal 2004 proprio a causa del ritorno in voga dell'energia nucleare. Nonostante ciò, Luis Echávarri, presidente del distaccamento della Organization for Economic Co-operation and Development (OECD) di Parigi, si ritiene tranquillo: "Malgrado l'aumento del costo dell'uranio, la spesa resta trascurabile, rappresentando solo il 5% del prezzo totale della produzione". Anzi, situato in luoghi "amici" quali Australia e Canada, l'uranio si leva ancor più all'orizzonte come degno sostituto del petrolio e del gas, che invece si trovano in mani molto meno fraterne.
La carenza di ingegneri altamente specializzati sembrerebbe un altro ostacolo, al quale comunque si può porre rimedio. Sempre Echávarri sostiene che "qualsiasi nuovo impianto sarà completato nel giro di circa dieci anni, ciò significa che i governi hanno tempo sufficiente per reclutare personale competente, a condizione che inizino subito".
Anche il problema delle scorie non è più sentito come talmente grave da risultare un ostacolo alla costruzione. Gli Stati Uniti stanno cercando di dipanare questo nodo convertendosi ad un nuovo approccio nel quale la maggior parte dei rifiuti vengono isolati e bruciati in "reattori veloci". Il governo inglese invece ordinerà a delle ditte di pagare l'intero costo dello smaltimento come del resto già fanno molte compagnie europee.
In conclusione, tutti questi problemi non sembrano destare particolare preoccupazione nei Governi. Del resto, le Nazioni Unite hanno calcolato che le circa 4000 morti causate da Chernobil sono un numero comunque inferiore al tasso annuo di morti che avvengono ogni anno nelle miniere di carbone cinesi. Naturalmente se la tendenza principale risulta questa, non mancano i salmoni che invece vanno controcorrente: Germania e Spagna hanno infatti promesso di ritirare gradualmente l'energia nucleare per questioni ecologiche, sebbene la corsa alla riduzione di emissioni di carbonio e ad un aumento dell'energia potrebbero portare i due paesi a tornare sui loro passi.
Il dilemma maggiore, a leggere questi due giornali, concernerebbe per assurdo i governi. É interessantissimo vedere come entrambi gli articoli presi in considerazione puntino infine l'accento su questo grattacapo. Gli investitori infatti sono ancora incerti sulla questione. Se ci fosse un'inversione di tendenza, i rischi sarebbero estremamente alti. La soluzione americana di rimpinguare le industrie con sovvenzioni non sembrerebbe essere quella giusta. Il nucleare, come le altre energie pulite, merita invece un aiuto dai governi, tramite per esempio una tassa sul carbonio che rifletta i benefici dell'energia pulita, e non tramite sussidi per coprire i rischi. I cittadini supporteranno questa energia solo se vedranno i loro governi e le industrie fare il possibile per limitare i possibili pericoli, constatando che questi sono abbastanza circoscritti da meritare di prendere in considerazione la costruzione di nuove centrali.




































