Nuova vita per il Nucleare
Rassegna a cura di Hripsimé Pagliarini
The Economist (6 settembre 2007)
La nuova era dell'energia nucleare
BusinessWeek (8 gennaio 2008)
Nuova vita per il nucleare in Europa
Che l'energia nucleare sia un tema sempre più di attualità lo si può evincere facilmente sfogliando la stampa. L'Economist ha dedicato all'argomento almeno tre articoli in un arco di tempo abbastanza limitato (settembre-gennaio) e sulla stessa scia anche il Businessweek.
E' oramai una realtà assodata che anche i paesi che dopo Chernobil erano divenuti strenui oppositori del nucleare ultimamente si stanno ravvedendo. Oltre alla Gran Bretagna, che il 10 gennaio ha dato il nulla osta alla costruzione di ben nove centrali, la corsa ai reattori vede la Finlandia, la Bulgaria, l'Ucraina, gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, l'India, la Corea del Sud ed il Sud Africa. In Australia, che è ricca di uranio ma non possiede reattori, il primo ministro John Howard non ha dubbi: l'energia nucleare è "inevitabile".
Con la bassa emissione di diossido di carbonio e la sua minore esposizione all'aumento dei prezzi rispetto a petrolio e gas, l'energia nucleare risponde a molte delle esigenze dei paesi europei che devono seguire i rigorosi parametri dell'Unione in tema di riduzione dell'effetto serra e di una minor dipendenza dal Medio Oriente e dalla Russia per quanto riguarda l'importazione di petrolio e gas.
All'unisono con la consulente PricewaterhouseCoopers, le aziende europee ritengono il nucleare la tecnologia migliore per ridurre l'emissione di gas causa dell'effetto serra entro il 2017. Al momento, più del 30% delle compagnie stanno seriamente considerando di investire in questa forza per adempiere all'impegno dell'Emission Trading, che vincola i paesi europei firmatari del protocollo di Kyoto a ridurre, per il periodo 2008-20012, il totale delle emissione di gas ad effetto serra almeno dell'8% rispetto ai livelli del 1990.
L'energia nucleare offre una grande quantità di elettricità, che risulta più pulita del carbone, più sicura del gas e più affidabile dell'energia eolica. Se poi le macchine passeranno dalla benzina all'elettricità, la domanda crescerà ulteriormente.
Anche alcuni guru dell'ambiente quali James Lovelock, Stewart Brand e Patrick Moore, dapprima nemici convinti del nucleare, stanno ora abbracciandone la causa. Lo stesso accade nell'opinione pubblica, come dimostra un'attuale indagine britannica che segnala un 30% della popolazione contraria al nucleare, quando appena tre anni fa il numero era esattamente il doppio.
Ma quali sono i rischi maggiori e le possibili soluzioni? L'uranio, componente essenziale per la costruzione di queste centrali, rappresenta certamente una preoccupazione, giacché il suo prezzo è quadruplicato dal 2004 proprio a causa del ritorno in voga dell'energia nucleare. Nonostante ciò, Luis Echávarri, presidente del distaccamento della Organization for Economic Co-operation and Development (OECD) di Parigi, si ritiene tranquillo: "Malgrado l'aumento del costo dell'uranio, la spesa resta trascurabile, rappresentando solo il 5% del prezzo totale della produzione". Anzi, situato in luoghi "amici" quali Australia e Canada, l'uranio si leva ancor più all'orizzonte come degno sostituto del petrolio e del gas, che invece si trovano in mani molto meno fraterne.
La carenza di ingegneri altamente specializzati sembrerebbe un altro ostacolo, al quale comunque si può porre rimedio. Sempre Echávarri sostiene che "qualsiasi nuovo impianto sarà completato nel giro di circa dieci anni, ciò significa che i governi hanno tempo sufficiente per reclutare personale competente, a condizione che inizino subito".
Anche il problema delle scorie non è più sentito come talmente grave da risultare un ostacolo alla costruzione. Gli Stati Uniti stanno cercando di dipanare questo nodo convertendosi ad un nuovo approccio nel quale la maggior parte dei rifiuti vengono isolati e bruciati in "reattori veloci". Il governo inglese invece ordinerà a delle ditte di pagare l'intero costo dello smaltimento come del resto già fanno molte compagnie europee.
In conclusione, tutti questi problemi non sembrano destare particolare preoccupazione nei Governi. Del resto, le Nazioni Unite hanno calcolato che le circa 4000 morti causate da Chernobil sono un numero comunque inferiore al tasso annuo di morti che avvengono ogni anno nelle miniere di carbone cinesi. Naturalmente se la tendenza principale risulta questa, non mancano i salmoni che invece vanno controcorrente: Germania e Spagna hanno infatti promesso di ritirare gradualmente l'energia nucleare per questioni ecologiche, sebbene la corsa alla riduzione di emissioni di carbonio e ad un aumento dell'energia potrebbero portare i due paesi a tornare sui loro passi.
Il dilemma maggiore, a leggere questi due giornali, concernerebbe per assurdo i governi. É interessantissimo vedere come entrambi gli articoli presi in considerazione puntino infine l'accento su questo grattacapo. Gli investitori infatti sono ancora incerti sulla questione. Se ci fosse un'inversione di tendenza, i rischi sarebbero estremamente alti. La soluzione americana di rimpinguare le industrie con sovvenzioni non sembrerebbe essere quella giusta. Il nucleare, come le altre energie pulite, merita invece un aiuto dai governi, tramite per esempio una tassa sul carbonio che rifletta i benefici dell'energia pulita, e non tramite sussidi per coprire i rischi. I cittadini supporteranno questa energia solo se vedranno i loro governi e le industrie fare il possibile per limitare i possibili pericoli, constatando che questi sono abbastanza circoscritti da meritare di prendere in considerazione la costruzione di nuove centrali.



































