<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!--Generated by Squarespace Site Server v4.1.2 (http://www.squarespace.com/) on Wed, 14 May 2008 01:43:40 GMT--><rss xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" version="2.0"><channel><title>Rassegna Stampa Estera</title><link>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/</link><description></description><copyright></copyright><language>it-IT</language><generator>Squarespace Site Server v4.1.2 (http://www.squarespace.com/)</generator><item><title>L'ascesa della Cina e la reazione occidentale</title><category>Rassegna stampa estera</category><dc:creator>f.punzi</dc:creator><pubDate>Mon, 17 Mar 2008 20:07:29 +0000</pubDate><link>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/2008/3/17/lascesa-della-cina-e-la-reazione-occidentale.html</link><guid isPermaLink="false">198740:1982121:1693958</guid><description><![CDATA[<p><strong><em>Rassegna a cura di Hripsim&eacute; Pagliarini</em></strong></p><p><strong>Foreign Affairs</strong> (dicembre 2007)<br /><a href="http://www.realclearpolitics.com/articles/2007/12/the_rise_of_china_the_future_o.html" target="_blank">L'ascesa cinese ed il futuro dell'occidente</a><br />di John Ikenberry </p><p><strong>The Cato Institute</strong> (17 settembre 2007)<br /><a href="http://www.cato.org/pub_display.php?pub_id=8708" target="_blank">La libert&agrave; economica produce prosperit&agrave;</a><br />di James A. Dorn</p><p>&quot;Governo piccolo, grande mercato&quot; &egrave; la parola chiave di Hong Kong, che intende la libert&agrave; economica come la migliore via per raggiungere uno sviluppo sostenibile visto come possibilit&agrave; di ampliamento del campo di scelte delle persone. Nello scorso rapporto sulla libert&agrave; economica mondiale (EFW) la citt&agrave; &egrave; apparsa, come oramai da dieci anni, al primo posto. Questa classifica testimonia il desiderio degli abitanti della regione appartenente alla Repubblica popolare cinese di aderire ad un sistema basato su mercato aperto, tasse basse, minima regolamentazione governativa&nbsp; rispetto delle leggi.</p><p>Diventata &quot;regione amministrativa speciale&quot; nel 1997, Hong Kong ha continuato a prosperare proteggendo i diritti di propriet&agrave; e limitando i compiti del governo. A suo merito, la terraferma ha onorato la promessa di non intervenire sul libero mercato interno della piccola penisola della costa meridionale cinese. Un successo che certamente ha influenzato la Cina a liberalizzare anche il suo.</p><p>Nel 1950 il maggior livello di povert&agrave; mondiale era concentrato in Asia, ora invece si trova in Africa. Questa inversione &egrave; dovuta in larga parte alla carenza di libert&agrave; economica che attanaglia moltissime nazioni africane, mentre il continente asiatico si &egrave; aperto al mondo esterno ed ha guadagnato sia in termini di commercio che di investimento. Per tutte queste ragioni quindi l'EFW risulta un po' fuorviante, posizionando la Cina all'86mo posto quando, ad esempio, le regioni costiere, dove il settore non statale &egrave; dominante, sarebbero collocate ben pi&ugrave; in alto rispetto alla griglia ufficiale. In pi&ugrave;, non si tiene conto degli importanti mutamenti legali apportati fin dal 2005, specialmente il nuovo statuto sulla propriet&agrave;, che protegge meglio i diritti della propriet&agrave; privata e rafforza le societ&agrave;.</p><p>Nonostante tutte queste muraglie legali, la corruzione resta endemica. Se la libera economia vuole veramente avanzare nel Paese, allora bisogna che l'informazione diventi libera e che un sistema giudiziario indipendente protegga i diritti civili. Questi provvedimenti non necessitano per forza di una democrazia, ma di un libero mercato s&igrave;. La democrazia africana porta spesso a governi illimitati e ad una mancanza di libert&agrave; economica e libert&agrave; personale. Hong Kong ci insegna che governi limitati insieme ad una economia libera sono una ricetta che guida alla prosperit&agrave;, sia sociale che umana. L'interrogativo piuttosto &egrave; il seguente: chi sceglier&agrave; i leader e come faranno questi a governare senza il consenso della popolazione? E la ricetta occidentale per superare questo cambiamento storico?</p><p>Una interessante visione in merito ci viene fornita da John Ikenberry, teorico in relazioni internazionali e politica estera statunitense. L'ascesa della Cina &egrave; temuta da molti come l'inizio di un consequenziale sovvertimento dell'odierno ordine occidentale. Questo corso non &egrave;, secondo lo studioso, inevitabile. La transizione di potere tra Stati Uniti e Cina potrebbe essere molto differente da quelle passate perch&eacute; la Cina si sta affacciando su di un ordine internazionale assolutamente differente da quello su cui si sono dovuti muovere i suoi predecessori. Infatti, il &quot;nemico&quot; da affrontare non sono solo gli Usa, ma l'intero sistema occidentale, aperto, integrato, dettato da regole pienamente accettate e con un ampio e profondo fondamento politico. La rivoluzione nucleare, nel frattempo, ha reso alquanto improbabile uno scontro fra le grandi potenze, eliminando il maggiore strumento utilizzato dagli stati emergenti per capovolgere i sistemi internazionali. </p><p>Fu esplicita intenzione dei suoi creatori, nel 1940, di integrare ed espandere quest'ordine. Prima che la Guerra Fredda dividesse il mondo in due blocchi, Frank Roosvelt cerc&ograve; di creare un sistema mondiale amministrato dalla cooperazione delle grandi potenze che dovevano avere il compito di restaurare l'Europa devastata dalla guerra, integrare gli stati sconfitti, stabilire meccanismi di sicurezza cooperativa e di crescita economica. Fu infatti Roosvelt, in opposizione a Churchill, ad insistere perch&eacute; la Cina venisse inclusa come membro permanente nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il futuro ambasciatore australiano negli Stati Uniti cos&igrave; scrisse sul proprio diario dopo il primo meeting con Roosvelt durante la guerra: &quot;Ha detto di aver avuto numerose discussioni con Churchill in merito alla Cina e che sente che Winston &egrave; indietro di 40 anni sullo stato attuale di quel paese, che lui vede come un grande pericolo. Lui vorrebbe mantenere l'amicizia con i cinesi perch&eacute; sente che fra 40 o 50 anni quella nazione potrebbe diventare facilmente una vera e propria forza militare&quot;.</p><p>Tre in sostanza sono le caratteristiche che rendono vincente il modello coniato da Roosvelt. Per prima cosa, a dispetto dei sistemi imperialisti del passato, l'ordine occidentale &egrave; costruito su norme e regole non discriminatorie e di apertura del mercato che pongono le premesse per una crescita economica e politica degli stati emergenti all'interno del sistema stesso. Le barriere alla partecipazione economica sono basse a dispetto dei grandi benefici e la Cina stessa sta scoprendo i massicci ritorni economici che sono possibili operando in questo sistema di mercato aperto.</p><p>In secondo luogo, gli ordini passati tendevano ad essere dominati da uno stato singolo. Gli azionisti dell'odierno ordinamento invece fanno parte di una coalizione di potere allineata intorno all'America. La distinzione &egrave; importante. Questi stati dirigenti non sempre sono d'accordo, ma partecipano comunque ad un continuo processo di &quot;dare e prendere&quot; sul piano economico, politico e della sicurezza. Normalmente le transizioni di potere si giocano fra due contendenti, lo stato emergente e quello in caduta, e la struttura crolla appena la bilancia del potere si sposta. Nella situazione odierna, l'ampia aggregazione degli stati capitalisti democratici sta spostando l'ago della bilancia in proprio favore. </p><p>Infine, l'attuale ordinamento si appoggia su di un denso ed onnicomprensivo sistema di regole ed istituzioni. Nonostante i suoi difetti, &egrave; pi&ugrave; aperto e regolamentato di qualsiasi precedente organizzazione. Queste regolamentazioni non sono solo delle pure norme dettate sulla carta delle Nazioni Unite. Esse fanno parte della logica profonda che opera all'interno di questo sistema e rappresentano regole multilaterali ed istituzioni relazionate globalmente e regionalmente, economicamente e politicamente, ed hanno tracciato le basi per tessere cooperazioni precedentemente inimmaginabili.</p><p>Se la Cina intende sfidare l'ordine esistente, avr&agrave; un compito molto pi&ugrave; arduo di quello di confrontarsi con i soli Usa. La dominazione degli Stati Uniti &egrave; destinata certamente a terminere e allora ci si potrebbe chiedere: &quot;Quale tipo di sistema vorrebbero avere gli Stati Uniti se dovessero diventare pi&ugrave; deboli?&quot;. Questo potrebbe essere chiamato il quesito neo-rawlsiano. Il filosofo e politicologo John Rawls sosteneva che le istituzioni politiche dovrebbero essere concepite dietro una sorta di &quot;velo d'ignoranza&quot;, ovvero che gli artefici del sistema dovrebbero creare norme e regole come se non potessero indovinare in quale contesto socioeconomico si troveranno poi ad operare. Il risultato sarebbe un ordinamento che salvaguarda gli interessi della persona indipendentemente dalla sua ricchezza o povert&agrave;, debolezza o forza. Gli Usa devono adeguare questo principio alla loro leadership odierna, proprio per evitare che i continui spostamenti tipici di un'economia di mercato libera rischino di far crollare questo sistema che, nonostante tutti i suoi limiti e difetti, al momento risulta il migliore fra quelli possibili.</p>]]></description><wfw:commentRss>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/rss-comments-entry-1693958.xml</wfw:commentRss></item><item><title>Il Brasile di Lula diventa creditore</title><category>Rassegna stampa estera</category><dc:creator>f.punzi</dc:creator><pubDate>Mon, 17 Mar 2008 19:58:25 +0000</pubDate><link>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/2008/3/17/il-brasile-di-lula-diventa-creditore.html</link><guid isPermaLink="false">198740:1982121:1693926</guid><description><![CDATA[<p><strong><em>Rassegna a cura di Hripsim&eacute; Pagliarini</em></strong></p><p><strong>Le Monde</strong> (27 febbraio 2008)<br /><a href="http://www.actuello.com/redirect.php?id=431722" target="_blank">Dopo due secoli d'indebitamento, il Brasile diventa creditore<br /></a>di Jean-Pierre Langellier</p><p><strong>France Info</strong> (26 febbraio 2008)<br /><a href="http://www.france-info.com/spip.php?article101707&theme=14&sous_theme=16" target="_blank">Il Brasile diventa creditore</a></p><p><strong>Le Monde</strong> (11 marzo 2008)<br /><a href="http://www.lemonde.fr/ameriques/article/2008/03/10/le-president-lula-visite-trois-favelas-de-rio-qu-il-veut-arracher-a-l-emprise-des-gangs_1021109_3222.html#ens_id=1015909" target="_blank">Il presidente Lula visita tre favelas di Rio che intende strappare alle gangs</a></p><p>Vent'anni fa il Brasile era il Paese in via di sviluppo col poco onorevole record di nazione pi&ugrave; indebitata al mondo. Ricordo del passato, essendo dal gennaio 2008 divenuto addirittura paese creditore. La banca centrale ha infatti registrato 4 miliardi di dollari in pi&ugrave; rispetto all'intero debito pubblico esterno, 187 miliardi contro 183. É la degna conclusione di una lunga epoca durata circa due secoli, nella quale il paese ha portato questo fardello, fonte d'instabilit&agrave; cronica sia economica che politica. Il governo presieduto da Luiz Inacio Lula da Silva ha quindi tutti i motivi per essere soddisfatto di quest'inversione di tendenza, che tiene soprattutto conto di una ferrea disciplina finanziaria che ha saputo dare fiducia agli investitori stranieri. Con rigore e coerenza, il Brasile si &egrave; applicato a controllare le spese pubbliche e a livellare il debito. Nel 2005 &egrave; addirittura riuscito a cancellare il debito verso il Fondo monetario internazionale (FMI) prima del termine. Una vendetta ancora pi&ugrave; dolce, se si considera uno dei motti cardine del Partito dei Lavoratori, creato nel 1980 da Lula, che cos&igrave; recitava: &laquo;Via il debito!&raquo;.</p><p>Grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, le esportazioni sono triplicate dalla discesa in campo di Lula nel 2003, a causa di una forte domanda di prodotti di cui il paese &egrave; ricco, in primis soja, carne bovina e ferro. Questo afflusso di capitale &egrave; stato accompagnato da un aumento degli investimenti stranieri e da acquisizioni brasiliane all'estero. Il dollaro non vale pi&ugrave; di 1,711 real, la moneta locale, cosa che rende convenienti le importazioni di cui la nazione ha bisogno per sviluppare le infrastrutture.</p><p>L'ex sindacalista Lula ha pensato bene a come utilizzare questi soldi. É il primo presidente che si sia addentrato nelle favelas e che abbia progettato un piano d'attacco molto ambizioso: il programma di accelerazione della crescita (PAC), un disegno di sviluppo delle infrastrutture, rinnovamento urbano e azione sociale lanciato nel gennaio 2007. Le prime tre comunit&agrave; scelte riceveranno 430 milioni di euro, di cui tre quarti concessi dallo stato federale e migliaia di posti di lavoro sono annunciati.</p><p>Alcuni di questi progetti sono spettacolari, come la teleferica che verr&agrave; costruita ne &quot;O Complexo do Alemao&quot;, che permetter&agrave; agli abitanti di spostarsi velocemente e in sicurezza tra le bidonville, o l'elegante passerella progettata dal celebre architetto Oscar Niemeyer grazie alla quale gli abitanti di Rochina potranno varcare l'autostrada a piedi. Infine, l'inflazione contenuta intorno al 4% e la crescita del PIL fino al 5,25% nel 2007, sono segni incoraggianti per la messa a punto del futuro traguardo agognato: ottenere il noto &laquo;investment grade&raquo;, titolo che viene riconosciuto a quei paesi che garantiscono rischi molto bassi agli investitori esteri. Una sola nota dolente sembra oscurare la meta: il debito pubblico interno, che ad oggi resta molto preoccupante, con ben 800 miliardi di dollari, il 43% del prodotto interno lordo. Su questo punto il governo deve e pu&ograve; impegnarsi maggiormente.</p>]]></description><wfw:commentRss>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/rss-comments-entry-1693926.xml</wfw:commentRss></item><item><title>Perché il Kenya è essenziale per il futuro dell'Africa</title><category>Rassegna stampa estera</category><dc:creator>f.punzi</dc:creator><pubDate>Mon, 17 Mar 2008 19:54:08 +0000</pubDate><link>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/2008/3/17/perche-il-kenya-e-essenziale-per-il-futuro-dellafrica.html</link><guid isPermaLink="false">198740:1982121:1693899</guid><description><![CDATA[<p><strong><em>Rassegna a cura di Hripsim&eacute; Pagliarini</em></strong></p><p><strong>The Christian Science Monitor</strong> (7 marzo 2008)<br /><a href="http://www.csmonitor.com/2008/0307/p09s02-coop.html" target="_blank">Perch&eacute; il Kenya &egrave; essenziale per il futuro dell'Africa</a></p><p>di Francis Kornegay</p><p>Le crisi post-elettorale che ha colpito il Kenya sta oramai esaurendosi, ma prima che il mondo sposti l'interesse verso un altro paese, bisognerebbe riflettere sull'accaduto. Il conflitto mitigato da Kofi Annan non &egrave; infatti che una variante di una disfunzione politica ben pi&ugrave; grande che attanaglia l'Africa e che effettivamente rappresenta un ostacolo allo sviluppo del continente. La grande sfida che attende questa terra per il conseguimento di una possibile stabilit&agrave; sta nello sfidare la sua predisposizione ad incappare in dittature autoritarie se non addirittura in monarchie assolute.</p><p>Se la linea politica occidentale intende avere qualche effetto sull'Africa, l'occidente deve investire su di un consolidamento dell'integrazione regionale. L'egemonia africana &egrave; spesso rafforzata da linee dure volute da cricche strettamente fondate su basi etniche, regionali o di clan il cui approccio al potere pu&ograve; essere visto come &quot;tutto o niente&quot;. Le forme di potere decentralizzato che i paesi occidentali vedono associate alla democrazia sono in genere o assenti o insufficientemente sviluppate per compensare il dominio sfrenato dell'esecutivo nonostante la farsa elettorale. </p><p>Il Kenya dovr&agrave; seriamente ridisegnare la sua costituzione per sbarazzarsi dell'insana concentrazione di potere tenuta da regimi cleptocratici ed elitari. Un segnale positivo in questa direzione sarebbe quello di emendare il sistema presidenziale al fine di includere un primo ministro con poteri esecutivi legato all'opposizione. Un altro serio problema &egrave; rappresentato dalla forte opposizione all'appello per il federalismo, una richiesta che riflette la marginalizzazione delle regioni non rappresentate dalla base politica e che risuona in tutto il continente. </p><p>I leader della comunit&agrave; africana orientale sono attualmente impegnati nello sforzo di trasformare le cinque nazioni (Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi e Ruanda) in una federazione politica entro il 2015. Sebbene le altre nazioni si dimostrino abbastanza timorose di fronte a dei possibili &quot;Stati Uniti d'Africa&quot;, un leggero interesse &egrave; stato dato a questa iniziativa economico-federale. Per questo tutti gli occhi sono puntati sul Kenya, dove il processo federale &egrave; fra le risoluzioni all'ordine del giorno. Lo stato &egrave; il perno economico dell'Africa orientale, molte nazioni dipendono dal porto di Mombasa. Con un tasso demografico in forte aumento, l'attuale cartina politica dell'intero continente &egrave; impreparata ad una tale espansione all'interno dei confini ereditati dai colonialisti. Per questo l'integrazione regionale rappresenta l'unica speranza di pace, sicurezza e stabilit&agrave; e, se l'occidente vuole veramente dare una mano, dovrebbe cominciare a riflettere sull'ipotesi di creare centri dedicati a studi su questo settore, finora inesistenti. Il futuro dell'Africa dipende in gran parte dalla capacit&agrave; di ridurre questa carenza il prima possibile.</p>]]></description><wfw:commentRss>http://www.decidere.net/rassegna-stampa-estera/rss-comments-entry-1693899.xml</wfw:commentRss></item></channel></rss>