aprile 2008

Mi pare che abbia molte ragioni Giuseppe De Filippi, che, su Il Tempo di qualche giorno fa, ha posto una questione rilevante: occorre lavorare presto ed efficacemente ad una riforma elettorale. So bene che le priorità per il Paese sono altre, a partire da una crisi economica che si farà sentire, temo, ancora molto a lungo. Eppure, solo una accorta gestione della spinosa questione elettorale può consentire all’Italia di difendere e consolidare quello che mi appare il risultato più importante delle ultime elezioni politiche: il passaggio da un confuso bipolarismo ad un tendenziale e più chiaro bipartitismo. La riforma dovrebbe avere due aspetti. Per un verso, c’è da ritoccare la legge elettorale per le politiche: teniamo presente che pendono comunque delle richieste referendarie (a mio avviso condivisibili, peraltro), e che, se si vuole evitare la consultazione (prevista tra il 15 aprile e il 15 giugno 2009), è necessario accoglierle, o comunque non restare al di sotto dell'”asticella” fissata dai quesiti.

Per altro verso, è il caso di intervenire anche sulla legge elettorale per le elezioni europee, anch’esse programmate per la primavera del 2009. Per quanto l’Italia abbia perso qualche seggio all’Europarlamento (il che alza leggermente il quorum necessario ad una lista per ottenere il proprio eletto), la tentazione di presentarsi da soli per partiti e partitini sarà comunque fortissima. Sarà un festival: ed è facile immaginare i titoli, il giorno dopo, sul “ritorno dei verdi, dei comunisti, ecc.”. Un evento del genere, peraltro, tornerebbe ad intasare anche i telegiornali e i talk-show televisivi, che, anziché essere centrati (come sarebbe auspicabile) su confronti “uno contro uno” tra esponenti dell’esecutivo e membri del governo ombra, tornerebbero presto ad ospitare un numero imprecisato di poltroncine, ricomplicando il quadro politico-parlamentare italiano, e riconsegnandolo ai veti e ai ricatti dei “nanetti”.

Ecco perché, visto che per le europee è imposta una legge elettorale proporzionale, l’unica soluzione è stabilire una consistente soglia di sbarramento, che scoraggi le presentazioni isolate, e favorisca il consolidamento dei due partiti maggiori. Per il Pdl sarebbe saggio lavorare ad un’ipotesi del genere, a mio avviso; e altrettanto lungimirante sarebbe, per il Pd, concorrere in modo convinto a questa prospettiva. Altrimenti, l’esito potrebbe rivelarsi sfavorevole per entrambi: con il Pdl che rischia un’erosione, e il Pd che rischia addirittura di finire sotto la soglia del 30 per cento.

Charles Kupchan, professore di relazioni internazionali alla Georgetown University, è convinto che la politica estera intrapresa da Bush abbia messo fine ad un’epoca, quella del liberalismo internazionale, che ha segnato la guerra fredda. Piaccia o no, la “dottrina Bush” è stata il primo grande tentativo di definire una nuova strategia statunitense dagli anni Novanta, e difficilmente si tornerà al liberalismo internazionale che ha ispirato molte scelte condivise sia dai Repubblicani che dai Democratici. Kupchan, che è stato direttore degli affari europei nel Consiglio per la sicurezza nazionale durante la prima amministrazione Clinton, crede che sia arrivato il momento di portare una ventata di freschezza nella politica estera americana, essendo gli Stati Uniti l’unica superpotenza mondiale che però deve ritrovare una strategia al passo con i tempi.

In un articolo uscito nell’autunno 2007 sulla rivista International Security, dal titolo “La fine del liberalismo internazionale negli Stati Uniti”, lei sostiene, insieme al collega Peter Trubowitz, che la politica estera americana di Bush abbia sancito la nascita di una nuova forma di internazionalismo: che cosa intende?
La politica estera americana è stata basata su uno spirito bipartisan fin dagli anni 1940, quando F.D. Roosvelt fu il primo presidente americano che, anziché scegliere fra uso della forza e uso della diplomazia per raggiungere gli obiettivi di politica estera, scelse di combinare le due tendenze e inaugurò quello spirito di liberalismo internazionale che ha attraversato tutta la guerra fredda. Democratici e Repubblicani capirono le necessità del momento e ammorbidirono le rispettive posizioni, perché la strategia prevedeva che gli Usa avrebbero usato la loro forza militare per preservare la stabilità, ma allo stesso tempo avrebbero esercitato la loro leadership attraverso scelte multilaterali e non con iniziative unilaterali. Da un punto di vista di politica interna, questo fu un piccolo capolavoro, perché le due anime politiche dell’America si ritrovarono unite davanti ad un unico fronte, ed entrambe furono in grado di fare un passo indietro rispetto alle proprie posizioni.

È stata la reazione agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 a determinare la fine di questa comunione d’intenti, oppure il problema ha radici più profonde?
La sconfitta ideologica del liberalismo internazionale risale agli anni Settanta, durante la guerra del Vietnam. La guerra però ha diviso l’America fra chi sosteneva la necessità di ridurre la dipendenza dalle istituzioni internazionali per aumentare l’utilizzo della forza militare, e chi invece credeva che la spesa militare, e dunque l’uso della forza, avrebbe dovuto essere ridotta a favore della cooperazione e del multilateralismo. Ma la minaccia incombente dell’Unione Sovietica aveva favorito il persistere di una convergenza di interessi, e così i dibattiti di politica estera non sono mai stati uno scontro fra partiti, come accade ora, ma solo all’interno dei partiti o addirittura episodi isolati. C’è sempre stato un interesse superiore che ha tenuto a freno le divisioni ideologiche. Poi già negli anni Ottanta il dibattito ha iniziato a surriscaldarsi, con la ferita della guerra in Vietnam ancora fresca. La fine della guerra fredda ha portato a galla questa polarizzazione ideologica, l’unilateralismo ha ammorbidito la necessità di avere una disciplina bipartisan e il paese è tornato a dividersi lungo lo schema repubblicani/democratici. Il liberalismo internazionale, secondo me, è arrivato al capolinea non solo e non tanto perché l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 ha catalizzato le energie dei repubblicani verso soluzioni di forza, quanto perché è finita un’era di bilanciamento fra cooperazione internazionale e utilizzo della forza militare, e non si sente più la minaccia imminente che era dell’Unione Sovietica.

Secondo questo schema quindi, se l’America dovesse avere un presidente democratico la spesa militare diminuirà, mentre nel caso vincesse un repubblicano prevarrà la scelta di soluzioni militari a quelle diplomatiche?
Sinceramente non credo che la spesa militare possa diminuire, perché è molto elevata e rimarrà tale per diversi anni, l’impegno dei soldati in missione non può essere sospeso all’impronta. Però ritengo che un presidente democratico possa essere più incline a sfruttare la diplomazia regionale o le istituzioni internazionali, che l’amministrazione Bush ha sempre sottovalutato e mancato di coinvolgere anche quando era necessario. Penso all’Afghanistan: sono convinto che i democratici concentreranno lì le energie per affrontare il problema del terrorismo, e non si affideranno di certo a soluzioni militari. Se invece sarà eletto presidente il senatore McCain, io credo che avremo una sostanziale prosecuzione delle politiche adottate finora, e mi riesce difficile immaginare che se ne discosterà, pur sottolineando la sua sostanziale distanza politica dai neoconservatori dell’amministrazione Bush.

Anche per l’Iran sarà così?
Sì, le soluzioni saranno diverse. Tenga presente che, oltre alle ben note dichiarazioni di dialogo del senatore Obama, McCain ha lasciato intendere che, secondo lui, l’unica cosa peggiore di una guerra contro l’Iran è che Teheran si riesca a dotare dell’arma nucleare. Sembra essere un’implicita ammissione di un piano di guerra all’Iran.

In effetti il senatore McCain ha assunto diverse posizioni spigolose in politica estera. Anche sulla Russia, quando ha dichiarato che, al contrario di Bush, lui nell’animo di Putin ha letto tre lettere: K-G-B. Secondo lei è una premessa ad un confronto più aspro?
Io sono convinto che la relazione fra Russia e Stati Uniti non sarà calorosa a prescindere dal presidente. Certo, con McCain si inaspriranno i toni e forse anche i contenuti. Lui è sempre stato critico nei confronti del Cremlino, ha addirittura dichiarato di voler espellere la Russia dal G8 e favorire l’ingresso di Brasile e India. È altrettanto chiaro che un presidente democratico cercherà di stabilire un clima di dialogo meno carico di tensioni, ma non dimentichi che un cambio di leadership in tutti e due i paesi potrà forse giovare al rapporto.

Per quel che riguarda il Kosovo, un banco di prova importante per le relazioni transatlantiche, come vede la situazione?
Gli Stati Uniti credono sinceramente che un disimpegno dalla regione sia possibile, anche perché le aree sulle quali sono concentrate forze ed energie sono altre, a partire dall’Iraq. E sono altrettanto convinti che l’Unione Europea sia in grado di gestire la situazione da sola, anche se una presenza della Nato deve proseguire. Il Kosovo rappresenta l’esempio migliore dove diplomazia e azione militare vanno braccetto, perché entrambi gli strumenti sono necessari.

Nei suoi interventi lei parla anche della necessità di un nuovo modo di pensare, un new thinking in politica estera: cosa intende? Chi è in grado di dare vita a questo new thinking?
Il futuro presidente, chiunque sia, dovrà rendersi conto che il panorama politico internazionale è cambiato, che l’America è cambiata, che il mondo è cambiato e sta andando in una direzione che richiede una visione adeguata, una dottrina politica al passo con le sfide. Vedo la necessità di un approccio in linea con questa situazione, che sia più moderato e centrista, in grado di bilanciare le opposte tendenze. Credo inoltre che, indipendentemente da chi sarà eletto presidente, il primo passo dovrebbe essere di riconquistare legittimità internazionale. Infine, il candidato più indicato a dare vita a questo new thinking, secondo me, è Barack Obama, perché è giovane, non appartiene all’establishment e non è inesperto in politica estera tanto quanto la senatrice Clinton vuole far credere. Il candidato ideale per un cambiamento è Obama, non c’è dubbio.

Un articolo apparso nei giorni scorsi su Science Daily annuncia un’importante scoperta nel settore dei biocarburanti prodotti da sostanze lignocellulosiche, altrimenti detti di seconda generazione.

biocarburanti di prima generazione sono quelli che devono contare su colture alimentari come materia prima. Mais, soia, palma e canna da zucchero sono tutte ottime fonti facilmente accessibili di zuccheri, amidi e olii. I problemi maggiori con i biocarburanti di prima generazione sono numerosi e ben documentati dai vari media, e vanno dalle perdite di energia al netto delle emissioni di gas serra ad un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Per dare l’idea della bassa produttività di questi biocarburanti, da un ettaro coltivato a mais si può arrivare a produrre una tonnellata di biodiesel: se i terreni italiani attualmente incolti (a meno che non ci sia qualcuno che preferisca andare in auto anzichè nutrirsi!…) fossero dedicati al mais per biodiesel, si riuscirebbe a soddisfare meno del 5% del parco trasporti nazionale. Non è certo una strada che porta lontano.

biocarburanti di seconda generazione o lignocellulosici, utilizzano la biomassa di residui boschivi o dell’industria agroalimentare, coltivazioni a rapida crescita tipo il pioppo o il sempre più famoso e studiato Miscanthus in grado di produrre decine di tonnellate di biomassa per ettaro. I sistemi di produzione appositamente progettati utilizzano microrganismi per lavorare la materia prima dura come la cellulosa per estrarne zuccheri poi fermentati. In alternativa processi termochimici vengono utilizzati per trasformare la biomassa in liquido.

Il grosso vantaggio rispetto ai biocarburanti attuali è che possono utilizzare un bacino di raccolta di biomassa assai maggiore proveniente da coltivazioni che non entrano in conflitto coi prodotti alimentari ed hanno un bilancio energetico decisamente conveniente, una volta messi a punto i processi produttivi.

Ed è proprio in questo settore l’annuncio riportato da un articolo di “Chemistry & Sustainability, Energy & Materials”, ove ricercatori dell’Università del Massachusetts-Amherst hanno annunciato la prima conversione diretta di sostanza lignocellulosica in benzina sintetica. Possono necessitare anni prima che questa benzina verde arrivi alle pompe dei distributori ma questa scoperta ha superato diversi ostacoli verso l’ingresso nel mercato. Questo processo richiede assai meno energia per produrre del biocarburante, avendo “un’impronta di carbonio” assai minore ed essendone più economica la produzione.

Il nuovo processo per la conversione diretta di cellulosa in benzina verde è all’avanguardia nel progetto “Greeen Gasoline” che la National Science Foundation assieme ad altre agenzie federali americane sta promuovendo. Nel rapporto “Breaking the Chemical and Engineering Barriers to Lignocellulosic Biofuels: Next Generation Hydrocarbon Biorefineries”, presentato il primo aprile, viene descritto il piano per rendere la benzina verde una soluzione pratica per l’imminente crisi dei carburanti.

E’ questa la ricerca a cui facevo riferimento nello scritto “La sfida per l’energia del futuro” apparso di recente su Sistema Università, su cui puntare con decisione se si vogliono trovare soluzioni vere alle problematiche energetiche del nostro Paese.

Quando si decidono investimenti nel campo delle Energie Rinnovabili è importante distinguere tra tecnologie mature, incentivandone la diffusione (Idroelettrico, Geotermico, Eolico, Solare termico), e quelle che invece necessitano ancora di importanti sviluppi, come l’esempio dei biocarburanti appena visto o il Fotovoltaico: per queste ultime anziché buttare ingenti capitali in strade non sostenibili, sono sicuramente più opportuni mirati e più limitati investimenti in R&S i cui risultati non sarebbero certi ma in caso di successo molto più utili sia per le nostre Università, sia per le aziende del nostro Paese che tornerebbero ad essere leader mondiali in questo settore, come lo erano nel passato.

La transizione del potere in Russia da Putin a Medvedev equivale a dire che Kalinin, per oltre vent’anni presidente del presidium del Soviet, sia stato più importante di Stalin, il dittatore che in quegli stessi anni è stato segretario del partito comunista sovietico. Non è una provocazione, ma il pensiero di Andrey Illarionov, personalità di spicco dell’emigrazione russa che, in dissenso con l’attuale leadership del Cremlino, ha preferito come luogo d’esilio il mondo degli istituti di ricerca statunitensi alla ricchezza cool di Londra. “Certo, la carica più alta spetta a Medvedev, ma tutti sanno con chi si deve parlare quando si devono prendere decisioni importanti”.

Secondo lei Medvedev è un liberale? “Dovremmo prima metterci d’accordo sul significato di questo termine. Comunque sia, non credo lo sia, perché non è sufficiente essere gradito alla comunità imprenditoriale internazionale per essere un liberale”. Sono queste le parole dell’ex consigliere economico di Putin che ha affrontato senza reticenze la situazione presente e quella passata, rifiutando solo di rispondere alle domande legate al suo rapporto, politico e personale, con il presidente uscente.

Illarionov ha fatto parte del gruppo di economisti liberali che ha cambiato la Russia, anche se il termine in politica russa è una sorte di maledizione. I primi liberali sono stati i vari Gaidar, con il quale Illaroniov ha lavorato nel periodo 1993-1994, Chubais, eminenza grigia delle privatizzazioni, e altri riformatori caduti in disgrazia dopo aver messo in atto politiche orientate al mercato, conquistando supporto all’estero, ma non in patria. Illarionov non fa eccezione. Anch’egli di San Pietroburgo, come tutta la squadra di quarantenni che Vladimir Putin si è portato al Cremlino, Illarionov si è occupato delle politiche per lo sviluppo economico per conto del presidente, mentre i vari Kudrin, ministro delle finanze e unico superstite fra i liberali dopo il rimpasto di governo di settembre 2007, Gref, ministro dell’economia e del commercio che sembra abbia avuto una buonuscita di un miliardo di euro, e Zurabov, ministro della salute e dello sviluppo sociale, hanno avuto modo di avere incarichi diretti di governo. Questa è stata la squadra che ha dato l’input all’impressionante crescita economica della Russia (il Pil è raddoppiato dal 1998, come riconosce lo stesso Illarionov, anche se la produzione industriale nel 2007 in termini assoluti è stata inferiore a quella di inizio anni Novanta), che però paragonata a quella degli altri stati post-sovietici diventa imbarazzante in termini relativi. Infatti, da quando i siloviki, ovvero uomini degli apparati di sicurezza, hanno occupato la scena politica grazie a Putin, la Russia è cambiata e Illarionov, che non ha mai pienamente condiviso le loro politiche, ha deciso di rassegnare le dimissioni.

Da quel momento ha iniziato a criticare apertamente l’azione del governo, “perché un conto è vivere un un paese semi-libero, un altro è lavorare in un paese che è cambiato in questi anni ed ha smesso di essere libero. Io non mi riconosco più in questa Russia”. Era dicembre 2006, ma già da più di un anno gli era stato negato l’accesso alla televisione di stato, il mezzo di informazione più utilizzato dai russi. Era entrato nella lista dei cattivi del Cremlino, pur essendone un membro importante. Ora è stato indicato in un libro scritto dai Nashi (I nostri), un’organizzazione giovanile nata nel 2005 per prevenire le rivoluzioni colorate, come uno dei 7 nemici della Russia. Perché si è venduto agli americani, sostengono loro, visto che le sue critiche ora arrivano da Washington, D.C., dove Illarionov dall’ottobre 2006 è senior fellow del Cato Institute, un centro studi americano che promuove il libero mercato e una presenza dello stato ridotta al minimo in economia.

Non esattamente quello che accade in Russia. “Ho deciso di dimettermi da consigliere quando mi sono accorto che ormai i siloviki avevano instaurato un regime autoritario. Non ho mai condiviso la gestione del caso Yukos e l’arresto di Khodorkovsky, ma speravo che rimanendo dentro sarei riuscito a dare spazio ad una visione più liberale, anche se il mio campo era solo quello economico. Siamo riusciti a mettere in pratica alcune politiche liberali, abbiamo ripagato i debiti internazionali, anche se inizialmente ero l’unico a sostenere l’importanza di questa politica. Abbiamo introdotto una deregolarizzazione del sistema bancario, una tassa piatta sul reddito del 13%, che ha contribuito a ripagare il debito estero, abbiamo creato il Fondo di Stabilizzazione del Petrolio, e abbiamo reso la Russia membro a tutti gli effetti del G8”.

Ma qual è, secondo lei, il vero problema della Russia odierna? “La Russia soffre di quello che io chiamo il male dello Zimbawe, perché dal 1991 ad oggi le libertà civili e i diritti politici sono stati calpestati, se non distrutti, proprio come accade in Zimbawe. E questo nonostante la crescita economica avrebbe dovuto e potuto favorire il miglioramento di quese libertà. Il sistema di potere dei siloviki ha solo impresso una svolta autoritaria allo sviluppo della Russia: nell’attuale burocrazia governativa, il 77% proviene dagli apparati di sicurezza e solo il 23% dal servizio civile: questo non è un paese normale”. Però non si può negare che la crescita economica, cui lei ha contribuito, abbia favorito una diffusione del benessere e il sorgere di una classe media. “Dal mio punto di vista la classe media ancora non esiste. La Russia è il mercato più grande per la vendita di BMW, macchina diffusa soprattutto fra i burocrati di stato. Se i salari medi sono quelli che conosciamo, come è possibile? Questo non è un buon segno. Paradossalmente, quando la Fiat sarà la macchina più diffusa, allora inizierò a credere che esiste una classe media, che può permettersela grazie al salario. E faccia attenzione: i siloviki non hanno un disegno strategico nelle loro nazionalizzazioni, perché l’unico interesse è far tornare sotto controllo statale tutti i settori dell’economia che permettono di incassare denaro liquido. Come ha detto un politico russo, la Russia è un’azienda di stato e con le elezioni si scelgono i top managers di questa azienda di stato”.

L’esito delle elezioni decreta una vittoria schiacciante della coalizione di centrodestra sotto il profilo sia dei voti, che dei seggi. Questo dimostra che non era solamente la legge elettorale, comunque da rivedere, a rendere l’Italia ingovernabile. Una democrazia può prendere decisioni se una linea è condivisa da una maggioranza chiara e coerente; requisiti che mancavano all’Unione, probabilmente non al futuro governo.

Per aggiudicarsi il Senato il centrodestra doveva prendere molti più voti del centrosinistra, dato che le regioni sovrarappresentate (che cioè hanno diritto, in virtù del dettato costituzionale, a sette seggi al Senato anche se sono scarsamente popolate) sostengono tradizionalmente le formazioni di sinistra. Silvio Berlusconi e la sua coalizione hanno vinto sulla carta e nel paese, insomma. Sembrava che il mancato accordo con l’UDC potesse compromettere la governabilità, mentre l’Arcobaleno rappresentava un’incognita al Senato. Superando la soglia avrebbe strappato numerosi seggi ai maggiori partiti concorrendo alla ripartizione dei seggi non compresi nel premio di maggioranza regionale. Invece, il PD ha beneficiato del crollo degli arcobaleno e dell’UDC, accaparrandosi gran parte dei seggi destinati all’opposizione; il PDL ha una maggioranza tale da non poter addurre alcuna scusa per i suoi eventuali fallimenti.

La Lega Nord ha sorpreso molti con il suo successo. Invero, pochi hanno colto il malessere del Nord, del Nord-est in particolare. Il settentrione ha votato Lega un po’ perché ha fatto suo il tema della sicurezza (col pericolo, talvolta, di alimentare la xenofobia), un po’ perché pur cercando la sicurezza, il nord diffida della destra sociale, un po’ perché gli amministratori della Lega hanno dimostrato spesso una discreta capacità di governo; ma soprattutto, la Lega ha guadagnato un terreno lasciato deserto da altre formazioni. A Walter Veltroni non sono bastate un paio di visite preelettorali per capire e attrarre. Fausto Bertinotti ha commentato i risultati elettorali ammettendo un errore della sinistra: quello di aver trascurato forse troppo la domanda politica dei lavoratori del Nord negli ultimi vent’anni. Questi, come sembrano dimostrare studi politici, si sono rivolti alla Lega.

La battaglia per il federalismo fiscale e una responsabilizzazione di chi gestisce il denaro del contribuente dà quella progettualità e quella visione d’insieme della società che la sinistra antagonista non sa più dare dopo il fallimento globale del comunismo reale. Proprio il federalismo fiscale potrebbe essere il primo passo del prossimo governo, che potrà partire, sin da subito, da una proposta di legge presentata dalla Regione Lombardia lo scorso autunno.

Durante il primo Consiglio dei ministri, tuttavia, si dovrebbe discutere dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa e dei bonus bebè. E’ da auspicare che presto si parli anche di altre due questioni di grande importanza: 1. la detassazione degli straordinari, che allenterebbero la morsa dell’inflazione sui redditi dei lavoratori e incentiverebbero la produttività (da anni a rilento) e la crescita delle imprese, ma soprattutto 2. quelle misure che Berlusconi ha definito impopolari e che comporterebbero la riduzione della spesa pubblica.

I tagli e la riforma della pubblica amministrazione sono necessari a finanziare le misure di cui sopra e, se davvero incisivi, consentirebbero di portare alla luce non solo un tesoretto una tantum, da spendere in breve in una manciata di provvedimenti a pioggia, ma una grande occasione per alleggerire la pressione fiscale per l’avvenire. La stima manifestata da Berlusconi nei confronti di Pietro Ichino già prima delle elezioni può lasciar intendere la disponibilità ad un confronto che arricchirebbe la capacità riformatrice del PDL. Lo stesso Ichino è parso possibilista e potrebbe dare una mano a quanti intendano metter in atto le proposte che, da tempo, formula a livello “accademico”. Sembrano quindi esserci maggiori margini di manovra per misure, forse (ma non necessariamente) bipartisan, tese al miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione, alla lotta contro i “nulla facenti” e alla riduzione degli sprechi. Con i numeri della nuova maggioranza, a maggior ragione se uniti ad un clima di collaborazione e responsabilità dellìopposizione, le misure “impopolari” sono un investimento (possibile e a rendimento certo) per il futuro dell’Italia.